mercoledì 17 maggio 2017

I dolori del giovane Werther


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17 Maggio 1771


Ho fatto conoscenze di ogni genere, però non ho ancora trovato la compagnia giusta. Non so proprio che cosa ho di tanto attraente per gli altri, sono sempre lì a cercarmi, e come mi si attaccano, e mi rincresce quando la nostra strada è la stessa per poco tempo. Se mi domandi com'è la gente da queste parti, ti devo rispondere: come dappertutto! Il genere umano è una cosa uniforme. Quasi tutti consumano la maggior parte del tempo per tirare a campare, e quel poco che gli resta li terrorizza a tal punto che cercano con ogni mezzo di sbarazzarsene. O destino dell'uomo! Però questa gente è buona davvero. Quando mi capita di lasciarmi andare e di godere con loro quei piaceri che sono rimasti all'uomo, come spassarsela con schietta cordialità attorno a un tavolo occupato da gente ammodo, o organizzare per tempo una gita, un ballo o qualcosa di simile, la cosa mi fa un effetto benefico; ma guai se mi metto a pensare che dentro di me ci sono tante altre energie che marciscono inutilizzate e che devo nascondere con cura. Ah, mi si stringe il cuore. E tuttavia essere incompresi è il nostro destino. Ahimè, l'amica della mia gioventù è scomparsa. Ah, se non l'avessi mai conosciuta! Mi direi sei un pazzo, cerchi quello che quaggiù non si trova; ma io l'ho avuta, il suo cuore io l'ho sentito, la sua grande anima, quando lei era presente mi sembrava di essere più di quanto non fossi perché era tutto ciò che potevo essere. Buon Dio, c'era forse una sola energia della mia anima inutilizzata? davanti a lei non ero forse capace di dipanare quel portentoso sentimento che permette al mio cuore di circonscrivere la natura? il nostro rapporto non era forse un intreccio senza fine delle più delicate sensazioni, dello spirito più arguto, le cui variazioni, manieracce comprese, erano tutte contrassegnate dall'impronta del genio? E adesso!... Ahimè gli anni che lei aveva più di me l'hanno condotta alla tomba prima. Non la dimenticherò mai, non dimenticherò mai la fermezza del suo animo, la sua divina comprensione. Qualche giorno fa ho incontrato un giovanotto, un certo V., un tipo schietto e in quanto a bellezza con una faccia davvero ben riuscita. È appena uscito dall'università, non che si reputi un pozzo di scienza, certo è che crede di saperne più degli altri. Deve comunque avercela messa tutta, lo si capisce da tante cose; insomma, la sua cultura è di tutto rispetto. Quando è venuto a sapere che disegno molto e che so il greco (due meteore in questo posto), si è rivolto a me e ha tirato fuori moltissime nozioni, da Batteux a Wood, da de Piles a Winckelmann, e mi ha garantito di aver letto da cima a fondo la prima parte della teoria di Sulzer, e che possiede un manoscritto di Heyne sullo studio delle civiltà antiche. L'ho lasciato dire. Anche di un altro brav'uomo ho fatto la conoscenza, l'intendente e funzionario giudiziario del principe, una persona schietta e cordiale. Dicono che sia una gioia unica vederlo circondato dai suoi figli, nove in tutto; in particolare si dice un gran bene della figlia maggiore. Mi ha invitato da lui, uno di questi giorni ci vado. Abita in una tenuta di caccia del principe, a un'ora e mezza da qui, dove ha avuto il permesso di trasferirsi dopo la morte della moglie, siccome stare in città e nel palazzo governativo gli riusciva penoso. Poi mi sono imbattuto in certi tipi strambi, dei quali tutto è insopportabile, segnatamente le loro proteste di amicizia.
A presto! questa lettera dovrebbe proprio garbarti: è tutta storica.


(J.W. von Goethe)

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