EQUILIBRIUM

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Nelle città senza Mare, chissà a chi si rivolge la gente per ritrovare il proprio equilibrio: forse alla Luna… (Banana Yoshimoto)

venerdì 30 dicembre 2016

ARIA DI CASA MIA

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Cecilia. Chiamarsi così le era stato gradito fin da bambina. Il suono che faceva la lingua quando gli altri lo pronunciavano le pareva segno di simpatia verso di lei. Anche quando, raramente, ma normalmente, le accadeva di venire rimproverata, tutte quelle c da pronunciare fungevano da frangiflutti e scemavano ogni sonora onda dirompente fino alla quasi dissoluzione del rimprovero stesso.




Erano le due del 24 Agosto. Stava finendo di preparare il sacco con i panini. Una ciotola con un po' di frutta a dadini, due pacchetti di wafers, un piccolo termos di caffè.

Elisabetta sarebbe passata di lì a minuti. Iniziavano le sospirate vacanze. 
Da quando aveva trovato lavoro in Francia, tornava sempre più raramente a casa dai suoi, nelle Marche. Aveva dei nuovi amici, colleghi e spesso si tratteneva a Lione anche per qualche festa comandata rinunciando a tornare ad Arquata.

Era arrivata il quindici Agosto, per la felicità di tutti. Cene, pranzi, zii, nonni. Baci, baci, carezze,
e lei, sinceramente felice, si faceva trasportare di qua e di là, girare e rigirare come una trottola. Lo metteva in conto ogni volta, era il pegno da pagare ad ogni ritorno.

Le piaceva dormire nel suo letto. Un grande letto matrimoniale. Con le palle di ferro agli angoli ed un disegno di fiori nel centro della testata.

Era il letto matrimoniale di sua nonna. Aveva dormito lì con lei quando era rimasta vedova e poi, quando anche sua nonna aveva raggiunto il marito, era diventato il letto suo.

Era alto, con quattro guanciali e d'inverno, coperte su coperte, le garantivano il caldo per la notte.

Aveva studiato a l'Università e per tutti se lei diceva che qualcosa era giusto così, sarebbe stato proprio giusto così. Si sentiva lusingata e al tempo stesso imbarazzata. Sapeva di non essere diversa da milioni di altri studenti nel resto del mondo, ma per la sua piccola comunità, lei era un riferimento: la saggia Cecilia. Sapeva che per molti tra i suoi compaesani, aver visto New York, Londra, Parigi e la maggior parte delle capitali europee era cosa non comune. Al ritorno da ogni viaggio portava qualcosa di tipico da mangiare tutti assieme. Erano poco più di un migliaio di anime in tutto e tutti, ma proprio tutti, si conoscevano e c'era sempre un buon motivo per festeggiare e i suoi ritorni, erano uno di quei buoni motivi.

Le piaceva viaggiare e la laurea in relazioni internazionali, le aveva dato, in tal senso, molte opportunità. Era diventata anche una collezionista di aria. Collezionava l'aria di ogni luogo. La raccoglieva in un barattolino di vetro. Sigillava con una cordicella il tappo e con della cera lacca, fissava tutto. Una grande etichetta riportava l'ora - il giorno - il luogo - e talvolta, l'evento che accompagnava quell'aria. Le emozioni, i colori, le sensazioni. Il titolo di una canzone; era un diario sensoriale.

Così c'era l'aria di New York a Times Square e quella di Londra a Piccadilly Circus, l'aria di Parigi sulla Tour Eiffel.
C'era l'aria del Sasso Barisano a Matera e quella calda dell'Etna in eruzione.


Ed aggiungeva con un tratto di pennarello uno sbaffo di colore blu o oro, a seconda dell'importanza delle sensazioni in quel momento.

Annotazioni brevi, che scorrevano con lo scorrere felice della sua vita.

Sentì vibrare il cellulare, Elisabetta era sotto casa. Silenziosamente caricò lo zaino sulle spalle e col sacco dei viveri, scese le scale. Era ormai quasi in fondo quando sentì aprire la porta di camera di sua madre. Nel triangolo luminoso della porta aperta vide i suoi genitori farle un cenno con la mano e sentì sua madre dire - Mi raccomando, fate attenzione con la macchina. Chiama appena arrivi.

Lei rispose inviando un bacio e annuendo con la testa portò il dito indice sulla cima del naso in segno di silenzio, non voleva svegliare suo fratello, altrimenti avrebbe ricominciato la lagna del - mi ci porti anche a me -.

L'aria fresca della notte l'accolse e subito pensò che forse avrebbe dovuto raccogliere anche quella. L'avrebbe chiamata - L'aria di Arquata la notte prima delle tre in partenza per l'aeroporto di Roma -.

Elisabetta la stava aspettando e con lei, tante vacanze e tanta aria cubana da raccogliere. Arquata by night, poteva aspettare.

Salì in macchina e immediatamente fu assalita dalla felicità dirompente della sua amica,
che con la scusa della  paura di un  colpo di sonno, non si zittiva.
Pensò quindi di allungare la mano verso lo stereo ed accese la radio. Erano appena passate le tre e trenta, quando la strada, all'improvviso, si aprì davanti a loro.
Furono solo urla. La macchina con un sussulto, si spense. Intorno rumore di crolli e ancora, incontenibili urla. A qualche chilometro c'era il paese di Accumoli. Tutto era completamente buio. Scesero di macchina. I cellulari non avevano più linea. Prese dalla disperazione le due ragazze si abbracciarono sgomente. Diedero fondo a tutta la loro razionalità e al loro coraggio.
Si guardarono e senza parole si dissero

- Torniamo a casa.

La macchina andò in moto subito mentre con i fari tentavano di vedere come fosse la situazione intorno. L'asfalto era sollevato in più punti di molti centimetri e dal costone che fiancheggiava la strada erano caduti molti massi. Incredule e spaventate si sentivano miracolate. Fecero marcia indietro e poi, ripresero la strada verso Arquata, a passo d'uomo.

Il buio era spaventoso. Le luci dei paesi intorno erano spente nel raggio di chilometri.

Lei non parlava ed Elisabetta guidava in preda ad un pianto silenzioso e interrotto solo da esclamazioni di incredulità.

Ci misero molto a tornare indietro, sentivano animali ululare e latrare disperati. D'improvviso si parò loro di fronte un uomo che sbracciando intimava di fermarsi. Lo riconobbero, era Ugo, il postino che abitava da solo poco fuori paese. Accostarono l'auto, aprirono la portiera e Cecilia in un lampo saltò dietro e lo fece salire al suo posto, accanto ad Elisabetta.

- E' tutto distrutto, tutto

- Arquata e' crollata.
Disse Ugo in un soffio di fiato.
- Grazie a Dio siete passate voi. La mia macchina è sepolta sotto il tetto del garage e stavo cercando di raggiungere il paese a piedi.

Il cuore di Cecilia si arrestò per trenta secondi.
Le due ragazze vivevano a due case di distanza l'una dall'altra. Erano state bambine insieme, insieme tutte le scuole fino all'Università. Innamorate degli stessi ragazzi, amiche degli stessi amici. Per anni le loro vite erano state quasi a fotocopia l'una dell'altra. E ne erano felici. Era una sorellanza fortissima che le faceva stare insieme in ogni momento possibile; ed ora, insieme ancora una volta ad affrontare un evento così devastante ed imprevisto.

Per strada c'erano tutti i loro compaesani. Macerie e grida e pianti.

Si tenevano per mano mentre correvano verso le loro case. Ugo, le trattenne con forza.

- Non si può andare là, è troppo pericoloso. C'è rischio di altre scosse e di nuovi crolli.

Cecilia si sentì chiamare; era sua madre che le correva incontro. Con lei c'erano suo padre e suo fratello. Scoppiarono in un pianto guaritore mentre scioglievano i loro cuori in un abbraccio.

- Elisabetta, i tuoi genitori stanno bene. Sono in fondo alla strada, siamo tutti radunati là.

- Le nostre case sono crollate. Per fortuna siamo riusciti a scappare prima che tutto cadesse giù. 
Disse la mamma di Cecilia, rincuorando per quanto possibile Elisabetta.

Iniziava ad albeggiare e la luce impietosa del giorno che nasceva, svelava lentamente tutto il dramma di quella comunità. C'erano i morti allineati a terra coperti con teli e coperte. E i sopravvissuti, accanto a loro, che piangevano senza lacrime mentre i soccorsi cercavano fra le macerie ogni più debole segno di vita.

Dagli squarci delle case crollate si vedeva la vita fermata. L'immagine di ciò che un attimo prima era la quotidianità ed ora era solo devastazione.

Vide ciò che rimaneva della sua stanza, messo a vista dal muro crollato. Il letto di ferro battuto, la tenda rosa che riparava la luce da una finestra che non c'era più. Più in basso, sulla montagna di macerie, i suoi libri, le foto sparse ovunque. Tra tutto ciò riconobbe i vetri dei suoi amati barattoli. L'aria del mondo si era sparsa, in quella notte tremenda, con l'aria del suo paese. Arquata, New York, Parigi... un groppo alla gola le straziava il fiato. Tutto era crollato intorno e dentro lei.

Stava cercando nella borsa un fazzoletto per asciugare le lacrime quando sentì la forma di uno dei suoi barattoli. Lo tirò fuori incredula. Sull'etichetta c'era scritto: - Aria di casa mia -.



Antonella Borghini







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