POESIE

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sabato 2 gennaio 2016

KAFKA E LA BAMBOLA VIAGGIATRICE

Ecco questo mi sembra un buon inizio per rinnovare il 2016 nel mio blog:




Perché “La bambola di Kafka”?



– …il bello di Kafka è che non lo perdi più. Quando ti sei tuffato nella sua opera non la dimentichi. … Kafka non era solo un grande scrittore, era anche un uomo eccezionale. …

… Mai sentita la storia della bambola? …
… Tutti i pomeriggi Kafka va a fare una passeggiata nel parco. Generalmente lo accompagna Dora. Un giorno incontra una bambina in lacrime, che singhiozza da farsi scoppiare il petto. Kafka le chiede che cosa c’è che non va e la bambina risponde che ha perso la sua bambola. Lui subito comincia ad inventare una storia per spiegarle l’accaduto. “La tua bambola è andata a fare un giro”, le dice. Lei gli chiede: “E tu come lo sai?” “Perché mi ha scritto una lettera”, le risponde Kafka. La bambina sembra sospettosa. “Ce l’hai qui?” gli domanda. “No, mi spiace, -fa lui. – “L’ho lasciata a casa per sbaglio, ma domani la porterò con me”. E’ così convincente che la bambina non sa più cosa pensare. Possibile che quell’uomo misterioso stia dicendo la verità?

Kafka torna subito a casa per scrivere la lettera. Si siede a tavolino e Dora, osservandolo mentre scrive, nota la stessa serietà che mostra quando sta componendo la sua opera. Non vuole prendere in giro la bambina. Questa è una vera fatica letteraria, e lui è deciso a compierla nel migliore dei modi. Se riuscirà a presentare alla bambina una una bugia bellissima, e convincente, sostituirà la bambola perduta con una realtà diversa: falsa, forse, ma veritiera e credibile secondo le leggi della narrativa.

L’indomani Kafka si precipita al parco con la lettera. La bambina lo sta aspettando, e dato che non ha ancora imparato a leggere gliela legge lui ad alta voce. La bambola è molto spiacente, ma si è stancata di vivere sempre con le stesse persone. Ha bisogno di muoversi e vedere il mondo, di fare nuove amicizie. Non è che non voglia bene alla bambina, però desidera cambiare aria, perciò dovranno separarsi per qualche tempo. Infine la bambola promette che scriverà alla bambina ogni giorno e la terrà al corrente di quello che sta facendo.

È da qui che la storia comincia a farmi venir voglia di piangere. Già è incredibile che Kafka si sia preso il disturbo di scrivere quella prima lettera, ma ora si dedica al progetto di scriverne una una nuova ogni giorno… al solo scopo di consolare la bambina, che fra l’altro per lui è una perfetta estranea, un esserino incontrato per caso un pomeriggio in un parco. Che tipo di uomo fa una cosa simile? E, Nathan… è andato avanti per tre settimane. Tre settimane. Uno degli scrittori più geniali che siano mai vissuti ha sacrificato il suo tempo… un tempo sempre più scarso e prezioso… per comporre le lettere immaginarie di una bambola smarrita. Secondo la testimonianza di Dora scriveva ogni frase con una cura maniacale del dettaglio, e la sua prosa era precisa, spiritosa e avvincente. In parole povere, era la prosa di Kafka, e lui per tre settimane andò tutti i giorni al parco e scrisse ogni volta una nuova lettera alla bambina. La bambola diventa grande, va a scuola, conosce altre persone. Continua a ripetere alla bambina che le vuole bene, ma allude a certe complicazioni che le rendono impossibile il ritorno. A poco a poco Kafka prepara la bambina per il momento in cui la bambola sparirà dalla sua vita per sempre. Si spreme per creare un finale soddisfacente temendo che se non lo troverà si possa rompere l’incantesimo. Dopo aver vagliato alcune ipotesi, alla fine decise di far sposare la bambola. Descrive il giovanotto di cui lei si innamora, la festa di fidanzamento, le nozze in campagna, perfino la casa dove ora abitano la bambola e suo marito. E poi, nell’ultima riga, la bambola dice addio alla sua vecchia e affezionata amica.

Ma a questo punto naturalmente la bambina non sente più la mancanza della bambola. Kafka le ha dato in cambio qualcos’altro, e alla fine delle tre settimane le lettere l’hanno guarita dal suo cruccio. Lei ha la storia, e quando una persona è abbastanza fortunata da vivere all’interno di una storia, da vivere in un mondo immaginario, i dolori di questo mondo svaniscono. Perché fino a quando la storia continua, la realtà non esiste più.
(Paul Auster, da Follie di Brooklyn, Einaudi)

lunedì 30 novembre 2015

Vi svegliate un giorno e non avete piú parole per dire «giorno».



"IL LIBRAIO DI SELINUNTE" di Roberto Vecchioni
(Einaudi 2014)




L’eternità della parola


di Katya Maugeri

“La mia città non si chiama Selinunte, anzi, non si chiama proprio.
Si chiamava cosi una volta, quando alle cose corrispondevano nomi.
Oggi qui non si comunica più a parole, ma a codici; a volte semplici, a volte complessi, fatti di segni mischiati a segni.”.

Un libraio che leggeva i libri, non li vendeva. Li leggeva e basta. Una canzone sublime che incanta, una canzone che diventa racconto.
È “Il libraio di Selinunte” e a raccontare di lui è Roberto Vecchioni.
Un autore che affascina e che regala emozioni senza tempo, in questo racconto narra la storia di Nicolino, un ragazzo che passa le sue notti ad ascoltare leggere un libraio, non un venditore di libri, ma un lettore di parole,“ l’uomo più brutto che avessi mai visto. Piccolo, storto, vestiva un doppiopetto a righe grigie e nere molto più grande di lui… ”. Il ragazzo è l’unico ad ascoltare le storie lette dal libraio, che viene malvisto dagli altri abitanti del luogo.
L’uomo giunse a Selinunte, con i suoi innumerevoli libri da leggere, con la missione di trasmettere l’importanza della cultura, l’incanto della parola, “educando” gli abitanti alla lettura dei classici. Dopo gli iniziali momenti di curiosità, gli abitanti allontanarono il libraio ritenendolo quasi una presenza demoniaca, ed è in quest’ambientazione surrealistica che Nicolino attraverso un flash-back racconta la storia, al tempo della sua infanzia. Incurante del divieto dei genitori frequenta, ogni notte, la bottega del librario. Ogni sera, infatti, il giovane fa coricare al suo posto lo zio, rifugiandosi nelle letture incantevoli del libraio. Le parole pronunciate dall’uomo si trasformano in sigilli impressi nell’anima del ragazzo, parole che alimentano in lui l’amore per il sapere. Un racconto che mostra come potrebbe diventare una società se i libri andassero perduti, tutto questo mettendo in rilievo i grandissimi autori della letteratura: Shakespeare, Saffo, Manzoni, Leopardi, Pessoa, Catullo, Sofocle, Tolstoj. Una sera, il ragazzo sente il libraio esclamare: “E questa è l’ultima volta, Nicolino”. Da quella sera, l’evoluzione di eventi improvvisi, trascineranno il paese in un vortice senza ritorno: gli abitanti – come in un incantesimo – saranno circondati da parole prive di significato, vuote, aride, asettiche. Tutto apparirà piatto e privo di sentimenti, privo di comunicazione. Nicolino, l’unico a possedere “l’essenza” della parola, deciderà di raccontare a Petunia – sua amata alla quale non riesce a comunicare l’amore che prova per lei – i brani letti dal libraio, “Io amo Primula. Non posso parlare con lei, e sento questa mancanza come uno strappo, un dolore senza fine. Non mi bastano e non le bastano i gesti, le carezze, gli sguardi: tutto ciò è di una dolcezza animale che riempie solo una minima parte dello spazio comune: come un continuo rispondere senza domande. Come se per dipingere avessi tutto tranne i colori”.

Una storia che narra dell’essenza e dell’importanza delle parole e delle sfumature nascoste in ogni termine scelto nel linguaggio comune. Le parole usate con inerzia e quelle racchiuse nei libri (quelle preziose, autentiche, magiche). Le parole non possono dissolversi, non spariscono nell’oblio.
Chi sa realmente ascoltarle, possederle, custodirle, le mantiene vive nel tempo rendendole eterne.
In un’epoca in cui l’importanza della parola è totalmente trascurata, in cui la comunicazione avviene in maniera meccanica e priva di enfasi, di emozione, di trasporto, questo racconto riesce a far emergere quel valore che troppo spesso diamo per scontato trascurando i dettagli e l’importanza dei termini con i quali descriviamo tutto ciò che caratterizza la nostra vita. Come sarebbe il mondo senza la parola? Senza cultura? Senza libri? Un mondo silenzioso e privo di sussulti.
Proprio come gli abitanti di Selinunte, temiamo il confronto con il diverso cercando di annullarlo per timore di essere invasi dalla diversità. È così che viviamo, con paura e terrore; ma nell’atto di allontanarlo e distruggerlo, gli abitanti, perdono le parole diventando incapaci di comunicare, si ritrovano appunto – senza parole. Nulla può essere espresso. Nemmeno i sentimenti.
Un inno alla conoscenza, alla cultura, alla voglia di conoscere per sentirsi liberi. Liberi di esprimere, di trovare le parole giuste da attribuire a uno stato d’animo… cose che gli abitanti di Selinunte perdono, vivendo nell’incapacità di esprimere le proprie emozioni, di comprendere lo stato d’animo altrui, costretti a comunicare a gesti, fraintendendosi. Un testo attuale che inevitabilmente conduce alla nostra epoca, in una società che tende a questa perdita, oggi che il linguaggio è racchiuso in simboli, in “emotion” che sostituiscono le parole, pensieri espressi attraverso abbreviazioni difficili da interpretare. Si è perso l’entusiasmo di usare la parola corretta, scegliendo il termine adeguato capace di trasmettere un’emozione. Siamo stanchi e sempre di corsa, non abbiamo più il tempo necessario da dedicare alla parola. Viviamo proprio come in quel villaggio descritto da Vecchioni, in cui si cerca di utilizzare i gesti, ma – ahimè – siamo soggetti a fraintendimenti che allontano sempre più l’emozione dai gesti compiuti. Un vocabolario sempre più scarno, quello utilizzato nell’epoca in cui viviamo; povero di termini forbiti, ricco di termini coniati da “guru” del momento.
Roberto Vecchioni con uno stile incantevole, forbito, scorrevole, emoziona il lettore attraverso un viaggio all’interno dei classici della letteratura riuscendo a trasmettere un messaggio che tocca l’anima: “La favola è fuori di qui, la favola è nel nostro strazio quotidiano, nella nostra incapacità di far corrispondere quel che diciamo a quel che sentiamo”.
Un libro che non dimenticherete facilmente, vi sembrerà di ascoltare il libraio leggere per voi brani che custodirete come delle perle preziose.


“I venti non si sa mai quando arrivano, come arrivano. Sono improvvisi e inspiegabili come i moti del cuore. Un istante prima sei calmo, sei sereno ed ecco che ti senti addosso un’agitazione, una frenesia… i venti cambiano cose che eran lì immutate da sempre: spiagge, boschi, ghiacciai. Abbiamo forse anche noi dei venti nel cuore? Qualcosa che quando arriva è più forte di tutti e non vuol sentire ragioni? È così, pensai, che si diventa pazzi? È così che appare di schianto una verità che non conoscevi e non volevi conoscere?”



mercoledì 17 aprile 2013

Giuseppe Berto

Locandina del film  del 1950 per la regia di Claudio Gora tratto dall'omonimo  libro di Berto 




Seguendo la memoria che giorni fa, nel post su Pirandello, mi portò a ricordare la mia prima esperienza scolastica di teatro a tredici anni, mi sono imbattuta in un nuovo ricordo. L'esame di maturità.
No, non proprio l'esame di maturità, ma un autore che mi lega a quella circostanza.
... preparavo l'esame orale di Italiano erano gli ultimi giorni, ormai mancava pochissimo, forse una settimana o forse meno. C'era da scegliere un autore da portare come argomento a piacere e la maggior parte dei miei compagni avevano preparato Ungaretti e Montale.
Indecisa come sempre, oscillavo da un autore all'altro. Porto questo, no questo, no, no, questo! Fino alla fatidica ultima settimana. Mi ricordai così di lui, Giuseppe Berto.
Avevo letto "Il cielo è rosso" , l'anno precedente, durante la lunga estate nella Romagna di mia nonna. Il suo modo di scrivere mi  aveva catturata e non fu poca cosa pensandoci oggi; 17 anni e il mare davanti. Eppure mi estraniava da tutto il racconto di quelle giovani vite, giovani come me e così diversi da me. Ho amato così tanto quella storia  da aver conservato quel libro ancora oggi (lo vedete? Lì dietro, sulla libreria...) .
All'epoca non c'era wikipedia ( non sono Matusalemme ma ... non c'era nemmeno il pc! Gli unici erano i grossi elaboratori IBM che facevano capolino nelle grandi imprese. Sorrido pensando all'ipad su cui mio figlio studia!) e trovare elementi per poter preparare una tesina su un contemporaneo fu davvero un'impresa. Non chiedetemi come ma ci riuscii.
Fiat esame!
Presentare Giuseppe Berto fu un gesto d'amore nei confronti di quell'autore. Mi aveva regalato una lettura tutta d'un fiato. Cercando e cercando poi, per la tesina, avevo scoperto un uomo al di là delle sue parole. scoperto tematiche sconosciute, mi ero confrontata e scontrata con le sue scelte politiche. Con la sua anarchia di destra ma anche con  il suo atteggiamento senza compromessi. La sua emarginazione dalla classe dei letterati della sua epoca.   La sua vita, la sua storia. La sua malattia così profonda, quell'inquietudine, il male oscuro che lo segnò. Uno scrittore così lontano da me, eppure, così vicino a me nell'animo.
L'esame fu un successo, ma questa è tutta un'altra storia...

Anto







iuseppe Berto nacque il 27 dicembre 1914 a Mogliano Veneto. Qui frequentò il ginnasio presso il collegio Salesiano, terminando invece gli studi classi al liceo statale di Treviso. Alla fine del liceo si arruolò nell’esercito, partecipando a diverse campagne militari in Africa. Contemporaneamente si era iscritto alla facoltà di Lettere dell’università di Padova, sebbene con poca convinzione.
Laureatosi in tutta fretta per potersi arruolare all’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto, venne scartato alla leva e dovette ripiegare sulla meno selettiva Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e fu inviato a combattere nuovamente In Africa. Fu fatto prigioniero dagli Alleati, internato in un campo di prigionia statunitense a Hereford, in Texas. Durante la prigionia ebbe l'occasione di conoscere personaggi quali Gaetano Tumiati e Alberto Burri. Iniziò a scrivere, e al suo ritorno in Italia le bozze dei suoi primi lavori confluirono nel suo romanzo Il cielo è rosso, edito da Longanesi nel 1946. Il romanzo si rivelò un enorme successo, anche all’estero, e oltre ai riconoscimenti nazionali (Premio Firenze 1948), ricevette anche il plauso di scrittori stranieri del calibro di Errnest Hemingway.
Le opere successive Il brigante (1948) e Le opere di Dio (1951) non ottennero lo stesso successo. Unitamente a questo, l’ostracismo di cui verrà fatto oggetto dall’establishment culturale dell’epoca, che lo marchiò con l’ appellativo di “fascista”, acuirono in lui una forte depressione (probabilmente latente), cui contribuivano anche le insoddisfazioni personali nella sua professione di sceneggiatore cinematografico. L’ingresso in analisi, resosi necessario a tale punto della sua esistenza, divenne il nucleo e il motore de Il male oscuro (1964), la sua opera più nota. In questo romanzo, iniziato su consiglio del suo analista, Berto affrontò molte tematiche strettamente autobiografiche, riguardanti in particolar modo il rapporto con il padre, vissuto in modo estremamente conflittuale. Da allora la critica gli riconobbe spesso dei debiti con la poetica dello stream of consciousness joyciano, benché questo sia un paragone che rischia di ridurre la peculiarità di questo testo, considerato tra i capolavori italiani e mondiali di questo secolo.
Negli anni seguenti, Berto continuò la sua attività di sceneggiatore anche per la RAI, senza trascurare la letteratura: le opere successive, tra cui citiamo La fantarca (1965), La cosa buffa(1966) e Anonimo veneziano (1971), resa celebre dal film che ne venne tratto, non ebbero la stessa incisività de Il male oscuro, e non riuscirono a spezzare l’isolamento dello scrittore dalla vita culturale italiana. Morì di cancro, nell’indifferenza (ma solo in Italia), a Roma, il 1° novembre 1978.


INCIPIT:

Il cielo è rosso

Il fiume era un corso d'acqua pigro e non molto lungo, che nasceva dalla palude, proprio dove cominciava la grande pianura. Di li si potevano vedere i monti imbevuti di azzurro, e più vicina l'ultima linea dei colli, che erano di varia forma, alcuni alti e a punta come coni, altri bassi e tondi, come delle gobbe. E sui colli si vedevano prati e case e alberi di castagne e filari di viti, e la distanza dava a tutte queste cose un'apparenza lieve e anche un po' malinconica, quasi che non fossero fatte per gli uomini.

Il male oscuro

Penso che questa storia della mia lunga lotta col padre, che un tempo ritenevo insolita per non dire unica, non sia in fondo tanto straordinaria se come sembra può venire comodamente sistemata dentro schemi e teorie psicologiche già esistenti.

 La cosa buffa 


In quel tempo di mezzo inverno benché si recasse ogni pomeriggio di sole sulla terrazza del Caffè alle Zattere, vale a dire in un luogo per niente spiacevole e anzi rallegrato dalle scarse cose liete che si possono trovare in una città umida qual è Venezia durante la brutta stagione, Antonio aveva soprattutto voglia di morire.


Anonimo veneziano


Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po' disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente anche d'immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di colori stagnanti nel culmine d'una marea pigra.



Rai International

Le angosce d'un anarchico di destra
"Nipotino tormentato di D’Annunzio, Berto è stato il più grande contestatore e, probabilmente, la più grande vittima dell’establishment letterario in questo dopoguerra": è la tesi esplicitamente avanzata dal giornalista Dario Biagi nella premessa al suo bel libro "Vita scandalosa di Giuseppe Berto" (Bollati Boringhieri, pp.272, L.30.000), dove viene ripercorso l’iter artistico ed esistenziale d’uno scrittore tanto dotato quanto pervicacemente non allineato, che pagò questa sua diversità con l’emarginazione dai salotti buoni della letteratura dell’epoca. Dopo il folgorante esordio nel romanzo de "Il cielo è rosso" (1947), ove il protagonista s’immola in guisa cristologica per scontare l’orribilità della guerra, Berto si allontana dal grande successo di pubblico e si dedica con qualche ritrosia al mestiere di sceneggiatore, praticato al solo fine di sbarcare il lunario. Collabora, in codesta veste, con molti intellettuali dell’epoca tra cui Alberto Moravia, che non lo stimò e con il quale egli ebbe un memorabile scontro nel ‘62 in occasione della consegna del premio Formentor ad una giovanissima Dacia Maraini, con tanto di corollario giudiziario: sono, questi, gli episodi che lo costringono ai margini degli ambienti radicali allora vincenti nell’ambito delle lettere e ad un sofferto ruolo di paria scontento.
A seguito d’una penosa fase di depressione, iniziata nel 1954 e segnata da una lunga terapia psicanalitica, egli torna alla ribalta dieci anni più tardi con "Il male oscuro", romanzo sperimentale debitore della scrittura joyciana eppur personale ed originalissimo nella struttura: i critici lo stroncano, ma esso vince nello stesso anno i premi Viareggio e Campiello, è esaltato alla radio da Carlo Emilio Gadda e salutato dalla prestigiosa "New York Review of Books" come unico libro di avanguardia italiano.
I testi successivi sapranno di maniera, a scorno del suo ritorno alla ribalta con il lacrimogeno "Anonimo veneziano" (1971), più noto nella versione in celluloide diretta da Enrico Maria Salerno; nel febbraio del ‘78, lo scrittore per il quale Hemingway dichiarò pubblicamente - nel ‘58, intervistato da Montale a Venezia - la sua stima, si spegne a Roma: nell’indifferenza generale, dimenticato da tutti.
F.T.
"Vita scandalosa di Giuseppe Berto" di Dario Biagi
Dario BiagiVita scandalosa di Giuseppe Berto
Bollati Boringhieri
1999
Pagine 272
Euro 15,49
http://www.italica.rai.it/principali/argomenti/libri/berto.htm
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martedì 25 settembre 2012

Massimo Gramellini




Torinese di sangue romagnolo, è giornalista e vicedirettore de La Stampa.
Da anni scrive quotidianamente un corsivo sulla prima pagina in taglio basso, intitolato "Buongiorno", dove commenta uno dei fatti principali della giornata.
Inoltre gestisce la rubrica della Posta del cuore sull'inserto settimanaleSpecchio.
Collabora inoltre con la trasmissione televisiva di Rai Tre Che tempo che fa.
Ha pubblicato, tra l'altro: Colpo Grosso (con Curzio Maltese e Pino Corrias), 1994; Compagni d’Italia, 1996; Buongiorno, 2002; Granata da legare, 2006;Cuori allo specchio, 2008; L'ultima riga delle favole, 2010; Fai bei sogni, 2012.




Incipit di "FAI BEI SOGNI"

Come ogni anno, l'ultimo dell'anno sono passato a prendere Madrina per accompagnarla dalla mamma.
Madrina è un legno antico ben conservato. Vive da sola in una casa piena di luce, dove legge libri gialli e chiacchiera con le fotografie incorniciate di suo marito. Ogni tanto cambia mensola e parla con la foto della mamma, principalmente di me.
Suppongo le taccia le informazioni più scabrose. Che ho avuto due mogli, sia pure una alla volta. E che non ho poi fatto l'avvocato.
Mentre la aiutavo a infilarsi il cappotto, e' stata lei a portare il discorso sul romanzo che le avevo regalato a Natale.
«L'ho finito stanotte...»
«Ti e' piaciuto, anche se non e' un giallo?»
«Certo, lo hai scritto tu.»
«E le pagine che riguardano la mamma?»
«Appunto di quelle volevo parlarti.»
«Sono le uniche autobiografiche. Ci ho messo un pezzo della mia storia lı' dentro.»
«Sei sicuro che sia la tua storia?»
«Perche'... non lo e'?»
«Non e' andata proprio cosı'... Caro il mio ragazzo, avrei una cosa da darti.»
L'ho vista armeggiare con chiavi da gnomo intorno ai cassetti del como'. Fra le sue belle mani piene di nodi e' spuntata una busta marrone.
Me l'ha consegnata con un tremolio nella voce.
«Dopo quarant'anni sarebbe ora che qualcuno ti dicesse la verita'.»




Incipit di "L'ULTIMA RIGA DELLE FAVOLE"

Arianna era esattamente il genere di ragazza di cui avrebbe potuto innamorarsi. Doveva darsela a gambe e sparire, prima che fosse troppo tardi.
Mancava meno di un'ora all'appuntamento e al solo pensiero starnutì. Ecco, l'avrebbe chiamata per comunicarle che un raffreddore contagioso impediva al suo naso di cenare con lei.
Rianimò una banconota che moriva di solitudine in fondo alla tasca dei pantaloni. Aveva scarabocchiato sul margine un numero di telefono con la sua grafia da gallina, ma nel comporre le cifre ebbe un'esitazione fatale e l'apparecchio gli squillò fra le mani.





CITAZIONI

L'amore è una meta che si raggiunge in due, a condizione di aver trovato la strada da soli.

La rovina non sta nell'errore che commetti, ma nella scusa con cui cerchi di nasconderlo.
La vera scelta non è mai tra il fare una cosa e il non farla. Ma tra il farla o non farla per coraggio oppure per paura.
Se vuoi fare un passo avanti, devi perdere l'equilibrio per un attimo.
L'amore è un film muto: togli il volume e concentrati sui gesti.
Nessuna donna si innamorerà di te perché le leggi una poesia, ma lo farà se nel leggerla la guarderai con passione.
Se vuoi gratitudine, compila una lista di ciò a cui sei grato. Attira la fortuna chi si rende conto di quella che ha già.
Le leggi dell'amore sono matematiche, ma il desiderio frustrato detesta avere torto e c'è sempre un'eccezione in affitto per i cuori disperati.
La persona giusta è un premio, non un regalo. Quando le forze dell'universo sembrano cospirare contro di noi, non lo fanno per dissuaderci dall'obbiettivo, ma per renderci consapevoli della sua importanza.
Una persona non diventa giusta solo perché tu lo desideri.
Ma ogni volta che si perdeva guardava le stelle e prendeva coraggio.

venerdì 13 luglio 2012

«Guarderò la tua ombra se non vuoi che guardi te, gli disse, e lui rispose "Voglio essere ovunque sia la mia ombra, se là saranno i tuoi occhi"». Da " Il vangelo secondo Gesù Cristo" di Josè Saramago


SCHEDA LIBRO

LUCERNARIO

di José Saramago, edito da Feltrinelli Editore

“Lucernario è la porta d’ingresso a Saramago e sarà una scoperta per ogni lettore.”
 Pilar del Rio




UNA SORPRESA PER I LETTORI – Il dattiloscritto di 319 pagine venne ritrovato nel 1999 dallo stesso scrittore che, come la vedova di Saramago Pilar del Rio: «Si rifiutava ostinatamente, diceva che non lo avrebbe dato alle stampe finché era in vita. Riteneva che nessun editore ha l’obbligo di pubblicare i manoscritti che riceve, ma che esiste il dovere di dare una risposta a chi la aspetta giorno dopo giorno, mese dopo mese, con impazienza per non dire con trepidazione». Il libro, adesso edito da Feltrinelli «è la porta d’ingresso a Saramago e sarà una scoperta per ogni lettore» come ha commentato Pilar del Rio che ha firmato la prefazione. Il volume che segna la prima tappa del viaggio nella vita di Saramago racconta anche il lato umano e coinvolto del Saramago giovane che, come ricorda la vedova nella prefazione: «Allo sgarbo della mancata risposta degli editori al suo Lucernario, scritto in ore notturne dopo giornate trascorse in impieghi non facili, dovette sommare altri affronti, per la sua condizione di sconosciuto, che non proveniva dall’accademia né dall’elite intellettuale» ma che, nonostante tutto, riuscì a diventare uno degli scrittori più abili ed amati del mondo.

(Vittoria De Petra)













A LOS MAYORES


Frecuentemente me preguntan que cuántos años tengo…
¡Qué importa éso!
Tengo la edad que quiero y siento. La edad en que puedo gritar sin miedo lo que pienso. Hacer lo que deseo, sin miedo al fracaso, o lo desconocido.
Tengo la experiencia de los años vividos y la fuerza de la convicción de mis deseos.
¡Qué importa cuántos años tengo!
No quiero pensar en ello. Unos dicen que ya soy viejo y otros que estoy en el apogeo.
Pero no es la edad que tengo, ni lo que la gente dice, sino lo que mi corazón siente y mi cerebro dicte.
Tengo los años necesarios para gritar lo que pienso, para hacer lo que quiero, para reconocer yerros viejos, rectificar caminos y atesorar éxitos. Ahora no tienen por qué decir: Eres muy joven… no lo lograrás.
Tengo la edad en que las cosas se miran con más calma, pero con el interés de seguir creciendo.
Tengo los años en que los sueños se empiezan a acariciar con los dedos, y las ilusiones se convierten en esperanza.
Tengo los años en que el amor, a veces es una loca llamarada, ansiosa de consumirse en el fuego de una pasión deseada. Y otras un remanso de paz, como el atardecer en la playa.
¿Qué cuántos años tengo?
No necesito con un número marcar, pues mis anhelos alcanzados, mis triunfos obtenidos, las lágrimas que por el camino derramé al ver mis ilusiones rotas… Valen mucho más que eso.
¡Qué importa si cumplo veinte, cuarenta, o sesenta! Lo que importa es la edad que siento.
Tengo los años que necesito para vivir libre y sin miedos. Para seguir sin temor por el sendero, pues llevo conmigo la experiencia adquirida y la fuerza de mis anhelos.
¿Qué cuantos años tengo? ¡Eso a quién le importa!
Tengo los años necesarios para perder el miedo y hacer lo que quiero y siento.
José Saramago






Ricetta

Prendete un poeta non snervato,
un fiore e una nuvola di sogno,
tre gocce di tristezza, un tono ambrato,
una vena che sanguina terrore.
Quando l'impasto bolle e si rimesta,
luce di un corpo femminil versate,
condite con un pizzico di morte:
un amor di poeta lo richiede.

José Saramago, Le poesie possibili. In Le poesie, Einaudi, 2002.







Chiudo questo mio saluto al tanto grande quanto discusso Josè Saramago, con le parole che usò per commiato  Roberto Saviano



Il mio maestro José. 

Saviano ricorda Saramago


di Roberto Saviano, Repubblica, 19 giugno 2010

Di tutte le cose che poteva fare Josè Saramago morire è quella più inaspettata. Se conoscevi Josè proprio non lo mettevi in conto. Sì, certo tutti muoiono, anche gli scrittori.
Ma lui non ti dava proprio alcuna impressione di essersi stancato di vivere, respirare, mangiare, amare. Si era consumato negli ultimi anni, tra la carne e le ossa sembrava esserci sempre meno spessore, la sua pelle sembrava un sottile mantello che ricopriva il teschio. Ma diceva: «Potessi decidere, io non me ne andrei mai».

Parlare della morte di qualcuno cui si è voluto bene, molto bene, rischia di essere solo un esercizio retorico, una proclamazione di memoria e virtù del defunto. L´unico modo che si ha per mantenersi sinceri, è quello di tentare di descrivere lo spazio di vita in più che ti ha dato chi ha finito di respirare. Questo vale la pena fare. Vedere quanto ti è stato sommato alla tua vita, ciò che ti è rimasto dentro, che riuscirai a passare a chi incontrerai, e questo sì, ha il sapore della vita eterna. In fondo molto non è andato via, se molto sei riuscito a trattenere.


Avevo conosciuto Saramago per la prima volta come tutti, leggendolo. Il Vangelo secondo Gesù era il suo libro che mi aveva cambiato, trasformando il modo di sentire le cose. Quel Gesù uomo, che sbaglia, ama, arranca, cerca di essere felice, mi era sembrato essere un personaggio del tutto nuovo nella storia della letteratura. Era una sintesi dei vangeli apocrifi, dei vangeli ufficiali, dei racconti pagani e delle leggende materialiste sul Cristo socialista. Era il Gesù dell´amore carnale verso Maria Maddalena. Su questo Saramago ha scritto parole incantevoli come solo il Cantico dei Cantici era riuscito a creare: «Guarderò la tua ombra se non vuoi che guardi te, gli disse, e lui rispose "Voglio essere ovunque sia la mia ombra, se là saranno i tuoi occhi"».

E´ un Gesù umano che non vuole morire: è il contrario della santità, è uomo con i suoi errori, peccati, talenti e con il suo coraggio. Sembra dire al lettore che basta esser fedeli a se stessi per conoscere la vita e non diventare dei servi, o degli schiavi. «Allora Gesù capì di essere stato portato all´inganno come si conduce l´agnello al sacrificio, che la sua vita era destinata a questa morte, fin dal principio e, ripensando al fiume di sangue e di sofferenza che sarebbe nato spargendosi per tutta la terra, esclamò rivolto al cielo dove Dio sorrideva, Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto». Proprio così: il Gesù di Saramago rivolgendosi all´uomo chiede di perdonare Dio, ribaltando la versione evangelica del "Padre perdona loro".

E poi ho letto Cecità, altro suo romanzo che ho amato molto e che spesso mi torna in mente. In una frase. Pronunciata da lui per rispondere a me che maledivo certe scelte che mi avevano rovinato la vita. «Arriva sempre un momento in cui non puoi fare altro che rischiare». E la parola di Saramago era sempre una parola rischiosa, non cercava mai di farsi comoda.

Sognavo di trasferirmi da lui, come mi aveva consigliato, esprimendomi solidarietà nei giorni più difficili. Non lo dimenticherò mai. E non dimenticherò mai l´imbarazzo estremo in cui mi trovai quando mi definì "maestro di vita". Io che da lui cercavo continuamente indicazioni, esperienza, per galleggiare in un oceano di difficoltà, bile, rabbia, ostilità. Lui era un maestro che insegnava per farsi a sua volta insegnare. A Stoccolma disse che nella sua vita le persone più sagge che avesse mai conosciuto erano i suoi nonni. Entrambi analfabeti. La loro saggezza era stata costretta a rinunciare per povertà al libro, alla musica, ai teatri, ai dipinti, ma che era riuscita a conoscere la vita, a sentirne con generosità quello che José chiamava sussurro. «Tutte le cose, le animate e le inanimate, stanno sussurrando misteriose rivelazioni».

Una volta scambiandoci alcune riflessioni sullo stile, citai Albert Camus convinto che «lo scrittore che decide di scrivere chiaro vuole lettori, lo scrittore che scrive oscuro vuole invece interpreti». E la risposta fu: «ecco cos´hanno di simpatico le parole semplici, non sanno ingannare». Trovare parole semplici è il mestiere più complicato che sceglie di fare uno scrittore. Avevi ragione, José: «il viaggio non finisce, solo i viaggiatori finiscono". E ora tocca a noi qui. Continueremo a camminare con le tue parole a indicarci la strada senza fine.

©2010 Roberto Saviano/ Agenzia Santachiara

giovedì 16 febbraio 2012



ITALO CALVINO

Le città invisibili

"A Ersilia, per stabilire i rapporti che reggono la vita della città, gli abitanti tendono dei fili tra gli spigoli delle case, bianchi o neri o grigi o bianco-e-neri a seconda se segnano relazioni di parentela, scambio, autorità, rappresentanza. Quando i fili sono tanti che non ci si può più passare in mezzo, gli abitanti vanno via: le case vengono smontate; restano solo i fili e i sostegni dei fili. [...] Riedificano la città di Ersilia altrove. [...] Poi l'abbandonano e trasportano ancora più lontano sé e le case. Così viaggiando nel territorio di Ersilia incontri le rovine delle città abbandonate, senza le mura che non durano, senza le ossa dei morti che il vento fa rotolare: ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma."

"A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l'uno dell'altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s'incrociano per un secondo e poi sfuggono, cercando altri sguardi, non si fermano.
Passa una ragazza che fa girare un parasole appoggiato alla spalla, e anche un poco il tondo delle anche. Passa una signora nerovestita che dimostra tutti i suoi anni, con gli occhi inquieti sotto il velo e le labbra tremanti. Passa un gigante tatuato; un uomo giovane coi capelli bianchi; una nana; due gemele vestite di corallo. Qualcosa corre tra loro, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all'altra e disegnano frecce, stelle, triangoli finché tutte le combinazioni in un attimo sono esaurite, e altri personaggi entrano in scena: un cieco con un ghepardo alla catena, una cortigiana col ventaglio a piume di struzzo, un efebo, una donna-cannone. Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.
Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se gli uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d'inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d'urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe."



ERRI DE LUCA





ERRI DE LUCA
Il peso della farfalla
"Sotto il tetto di rami alzava il muso di notte verso l'alto del cielo, un ghiaione di sassi illuminati.A occhi larghi e respiro fumante fissava le costellazioni, in cui gli uomini stravedono figure di animali, l'aquila, l'orsa, lo scorpione, il toro."
"E' novembre, l'uomo sente calare la saracinesca dell'inverno. Nelle notti che il vento strappa dalle radici gli alberi più esposti, la pietra e il legno della capanna si sfregano tra loro e mandano una nenia. Il fuoco schiocca baci di conforto. L'aspro di fuori da spallate, ma la fiamma accesa tiene insieme legno e pietra."

Il giorno prima della felicità 
Incipit: 
Scoprii il nascondiglio perché c'era finito il pallone. Dietro la nicchia della statua, nel cortile del palazzo, c'era una botola coperta da due tavolette di legno. Mi accorsi che si muovevano quando ci misi i piedi sopra. Mi prese paura, recuperai la palla e sgusciai fuori tra le gambe della statua.
Solo un bambino smilzo e contorsionista come me poteva infilare la testa e il corpo tra le gambe poco divaricate del re guerriero, dopo aver aggirato la spada piantata giusto davanti ai piedi. La palla era finita lì dietro, dopo un rimbalzo di sponda tra la spada e la gamba.

  

" Sono cose che capitano il giorno prima.
- Il giorno prima di che?
- Il giorno prima della felicità"

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Non sia mai ch'io ponga impedimenti all'unione di anime fedeli; Amore non è Amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l'altro s'allontana. Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai; è la stella-guida di ogni sperduta barca, il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza. Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote dovran cadere sotto la sua curva lama; Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio: se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato. W. Shakespeare

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Si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e, se possibile, dire qualche parola ragionevole. Johann Wolfgang Goethe

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