POESIE

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sabato 17 ottobre 2020

inettitudine alla vita





l’inettitudine alla vita
dentro l’aria rarefatta dei pensieri
dissipa il mio io che cerca
e non trova pace


se fossi la foglia accartocciata
che t’incuriosisce nella forma del suo morire
o solo fossi nascosta fra le cose tue
come quel fiore che hai curato
ecco lì
resterei a memoria
e sarei la tua malinconia del suo sfiorire


maternamente beffarda è la natura
stordisce di troppo sole e acceca d’azzurro intenso
l’eterno bisogno d’amare


un io semplice che si consuma
nell’incapacità virulenta di non credere
che ogni linea diventi cerchio
che ogni giustizia abbia un nome
e che ogni compimento si compia


persino
il mio

martedì 7 marzo 2017

Francesco Guccini e il suo Cyrano




Venite pure avanti, voi con il naso corto,
signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio
perchè con questa spada vi uccido quando voglio.

Venite pure avanti poeti sgangherati
inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza
avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finchè dura,
che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse
col ghigno e l' ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna,
però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L'arrivismo? All'amo non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Facciamola finita, venite tutti avanti
nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze,
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte,
coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto, assurdo bel paese.


Non me ne frega niente se anch'io sono sbagliato,
spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz'ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d' essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo, ma sono triste
perchè Ella è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco: le parlerò coi versi,
le parlerò coi versi...

Venite gente vuota, facciamola finita,
voi preti che vendete a tutti un' altra vita;
se c'è, come voi dite, un Dio nell' infinito,
guardatevi nel cuore, l' avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso,
che Dio è morto e l' uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti,
per la mia rabbia enorme mi servono giganti.

Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!


Io tocco i miei nemici col naso e con la spada,
ma in questa vita oggi non trovo più la strada.
Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo,
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:
dev' esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un' ombra e tu, mia amata, il sole,
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima Signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono,
per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo...Cirano


(Con qualche piccolissima variante)








sabato 3 dicembre 2016

Biografia di Luigi Maione (in arte Maione)


Risultati immagini per maione luigi musicista

Compositore e arrangiatore, chitarrista autodidatta, si è perfezionato in armonia e composizione con Filippo Daccò e in chitarra con Giorgio Cocilovo, Gigi Cifarelli, Gaudenzio Gazzola.

Autore di testi, ha ottenuto vari riconoscimenti sia come poeta (Roma 1982, Premio Internazionale di Poesia Poeti del ‘900 C. Capodieci) che come cantautore (Sanremo, Teatro Ariston, Tenco 1995).





Nella sua lunga attività professionale ha partecipato a diverse trasmissioni televisive (RAI, Mediaset, TMC, Videomusic, Telelombardia), inciso nell’ambito della musica leggera, ideato e realizzato jingle pubblicitari (Oscar Mondadori, L’Unità), contributi musicali per colonne sonore (ha suonato in Pane e Tulipani, Agata e la tempesta), spettacoli teatrali e musicali (Zingaro Incanto, Sentiero Color Cenere, Harem 2009 con KesiaElwin, Walid Hussein, Mohamed Antr).
Ha inciso con Mamud Band, Massimo Cavallaro (per Antonio Albanese).

Fin da ragazzo partecipa, prima come cantante, poi cantautore e chitarrista elettrico, a numerosissime manifestazioni, rassegne folk e rock- festival dell’area vesuviana, maturando un solido bagaglio live.

Trasferitosi a Roma, poi a Milano, continua ad affinare il suo percorso musicale abbracciando nuovi generi e operando, come musicista e arrangiatore, in diverse formazioni in Italia e all’estero, soprattutto nell’area della musica salsa (Stoccolma, Festival latino-americano, 1987; Milano, Palatrussardi, 1988).

Intanto continua la sua attività di cantautore: è di questo periodo l’avvio del suo primo progetto di contaminazione musicale, il gruppo latin-rock-mediterraneo Partenope Latina (sette elementi tra cui tromba, chitarra elettrica, batteria e percussioni), con cui presenta esclusivamente pezzi di propria composizione (1988-91).

Dopo una breve incursione nel mondo della musica leggera torna ad approfondire il suo personale discorso musicale fino all’incontro con le sonorità balcaniche, zingare, klezmer, segnando l’inizio della collaborazione, dal ‘95 in poi, con Maurizio Dehò e Gian Pietro Marazza.

sabato 22 febbraio 2014

Francesco mio compagno di parole... per sempre.










NUDO 

Prima o poi un pensiero
arriverà
a portarmi via,
come un angelo nero mi confesserà
che il cielo è un sasso;

siamo stati e saremo
pensieri e gesti
nel battito del cuore,


ma il giorno vero qual'è ?
cosa sarà ?


non arriva mai
ma arriverà,


sarà come una pioggia
che non cade giù
che non si perde
ma va più in su
e inonda il cielo,


ogni storia è a sé,
Dio che ne sa ?

Se Dio credesse in me,
se avesse fede in me...


L'angelo nero è dentro,
è la tua libertà,
che non finisce mai...


...la libertà...


liberiamoci tutti
da troppa ingenuità,
per una volta,
dal vuoto luminoso della stupidità,
è un bacio avvelenato...


Se Dio credesse in me,
sarei santissimo,
se avesse fede in me...


-Francesco-






IL GIARDINO DEL MAGO


Non mi parte l'autoplay, per favore clikkate ed ascoltatelo con me.











giovedì 29 agosto 2013

Mazapegul


Mazapegul sono stati un gruppo musicale italiano. 
Fondati nel 1994 dal batterista Mirco Mariani e dal bassista ed autore 
di testi Valerio Corzani. 
Il 27 agosto 1999, all'età di 26 anni, in seguito ad un incidente stradale, muore il cantante, frontman e chitarrista Daniele Di Domenico detto Dido, anima istrionica dei Mazapegul. A seguito della sua scomparsa il gruppo si scioglierà







Cosa significa Mazapegul?













E Mazapegul 
di Loris Pattuell



Il Mazapegul è un folletto dispettoso, il protettore delle bestie e della casa. Con il suo bastone da passeggio e con in testa un berrettino rosso, il Mazapegul è l'antico spirito che giace con le donne. Di gradevole aspetto, lo si direbbe un incrocio tra un gatto e uno scimmiotto. Come la maggior parte dei suoi simili, non gira che di notte e lascia impronte dappertutto. Se lo tratti bene, ti fa i lavori domestici, ma se lo fai arrabbiare, ti rovescia tutta la casa. Il Mazapegul lo puoi scacciare in centomila modi. Lo puoi anche catturare, chiudendolo in un sacco. Ma a che pro? La notte dopo lo troveresti ancora lì, leggero come un refolo di vento e pesante come la pietra degli incubi.

Per il dizionario Devoto-Oli, il folletto è un "essere fiabesco della tradizione popolare, piccolo ed astuto, magnificamente operante a danno o a vantaggio dell'uomo". Folletto, in romagnolo fulèt, nodo di vento, piccolo mulinello che s'alza quando l'aria è calma. La radice "fol" significa "soffio d'aria" da cui derivano i termini latini follis, flare, flatus e gli italiani folle, folata, folletto, ma anche fola, favola. Il Mazapegul è piccolino, di pelo grigio e corre spedito sulle zampette posteriori. In testa porta un berretto rosso e tra le mani stringe un bastone da passeggio. Per il resto è nudo come un verme o un bambino appena nato. Il Mazapegul è il genio tutelare della famiglia, lo spirito degli antenati, è quell'attività onirica che mette in comunicazione il cielo con la terra. Per Anselmo Calvetti, Mazapegul è derivato da pécul/pécol e significa "il piccolo dalla mazza". La mazza (bastone, martello, zanèta) intesa come l'arma con la quale la divinità tutelare della casa impediva agli spiriti maligni di oltrepassare la soglia domestica.

Il Mazapegul alza le sottane delle signore, salta in groppa alle rane, intreccia le code delle mucche, le criniere dei cavalli, i capelli delle fanciulle, nasconde e sposta oggetti, suggerisce sogni, dona gioia e spensieratezza alle persone amate. Il Mazapegul può trasformarsi in un filo d'erba, una foglia, un sasso, può essere così piccolo da passare per il buco della serratura o così grande da bloccare una strada. Inconsistente come l'aria, il Mazapegul è capace di assumere qualsiasi aspetto, può diventare un animale, un attrezzo da lavoro, un gomitolo di lana, una fiammella, un mostro, oppure può trasformarsi in radici, tronchi, rami. Il Mazapegul fa i dispetti a quelli che lavorano, sa imitare la voce umana, si diverte a confondere i discorsi, eccetera, eccetera. Splendida creatura il Mazapegul, vero? Forse ce n'è ancora qualcuno in giro, forse c'è un qualche nostro conoscente che gli assomiglia un pochino. Bisognerebbe tenerlo presente. 













martedì 21 maggio 2013

Voc'e notte



Oggi dedico il mio post alla voce di Roberto Murolo e alla poesia/canzone di Eduardo Nicolardi.
Ho copiato ed incollato un articolo esaustivo e preciso (cosa che io non avrei saputo fare, non conoscendo la lingua napoletana) trovato sul sito "Il brigantino- il portale del sud".
Una melodia dolce e triste accompagna questa serenata. L'avevo sentita tantissime volte godendola così, per la musicalità delle parole che accompagnano una struggente melodia. Le avvertivo come parole d'amore, tristi, malinconiche ma senza sapere di più. Ho cercato risposta in internet e... ecco qua, adesso so. 
Ciò che ho trovato mi è sembrato così bello che ho pensato di portarlo qui e dividerlo con voi.









“Voce ‘e Notte” una vera poesia

Il testo della Canzone “Voce ‘e notte”, divenuta canzone, è stata scritta agli inizi del '900 dal giovane poeta Eduardo Nicolardi, che aveva perso l’amata, andata in sposa, per volere dei genitori di lei, per motivi di posizione economica ad un'altro uomo, un ricco settantacinquenne.

Illustrato il contesto in cui nasce la poesia, la analizziamo per godercela come merita. La struttura della Poesia è in tre strofe di otto endecasillabi, con rima alternata nella prima metà e baciata nella seconda. La riporto intera con la traduzione all’impronta per farla capire meglio, quella letteraria le fa perdere la forza.



Voce ‘e notte

Si 'sta voce te scéta 'int''a nuttata,

mentre t'astrigne 'o sposo tujo vicino...

Statte scetata, si vuó' stá scetata,

ma fa' vedé ca duorme a suonno chino...

Nun ghí vicino ê llastre pe' fá 'a spia,

pecché nun puó sbagliá 'sta voce è 'a mia

E' 'a stessa voce 'e quanno tutt'e duje,

scurnuse, nce parlávamo cu 'o "vvuje".



Si 'sta voce te canta dint''o core

chello ca nun te cerco e nun te dico;

tutt''o turmiento 'e nu luntano ammore,

tutto ll'ammore 'e nu turmiento antico...

Si te vène na smania 'e vulé bene,

na smania 'e vase córrere p''e vvéne,

nu fuoco che t'abbrucia comm'a che,

vásate a chillo...che te 'mporta 'e me?



Si 'sta voce, che chiagne 'int''a nuttata,

te sceta 'o sposo, nun avé paura...

Vide ch'è senza nomme 'a serenata,

dille ca dorme e che se rassicura...

Dille accussí: "Chi canta 'int'a 'sta via

o sarrá pazzo o more 'e gelusia!

Starrá chiagnenno quacche 'nfamitá...

Canta isso sulo...Ma che canta a fá?!


Una voce nella notte

Se questa voce ti sveglia nella notte,

mentre ti stringi al tuo sposo, vicino…..

Resta sveglia, se davvero lo preferisci,

ma fingi di dormire profondamente.

Non andare alla finestra, per vedere.

perchè non puoi confonderti, 


questa è la mia voce,

la stessa voce di quando noi due,

timidamente, ci parlavamo con il voi.



Se questa voce canta nel tuo cuore

Ciò che non riesco, né tento di dirti:

tutto il tormento per un perduto amore,

tutto l’amore per un tormento antico.

Se senti un gran desiderio di amare,

una voglia di baci scorrere nelle vene,

un fuoco che brucia l’anima ed il cuore,

baciati quel tizio, che t’importa di me!



Se questa voce, piangente nella notte,

sveglia il tuo sposo, non aver timore,

vedi che la serenata è senza dedica,

digli di dormire sicuro, che non è per te!

Digli così: “Chi canta in questo vicolo

forse è pazzo o lo strugge la gelosia!

Forse piange qualche grave malefatta...

Nessuno lo ascolta …ma chi glielo fa fare?!

Commento

Il testo della Canzone “Voce ‘e notte” è una delle più belle poesie scritte in napoletano, dalle Fabulae Atellanae ad oggi, scritta dal giovane poeta Eduardo Nicolardi, per un amore svanito con l’amata data in sposa dai genitori di lei, per motivi di posizione economica ad un ricco settantacinquenne.

In letteratura l’amore realizzato crea i grandi prosatori, perchè il sogno d’amore si logora nella vita quotidiana, mentre un amore perduto o impossibile crea i grandi poeti, perché l’amore resta un sogno, inattaccabile, anzi si sublima con il passare degli anni. Anche se Nicolardi, per la morte del rivale, sposò poi la sua amata, realizzando il loro sogno d'amore, a noi è restata una delle più belle poesie (e canzoni) di tutti i tempi. Il commento riguarderà solo la storia umana, lasciando da parte il Nicolardi.

Essa nasce da un episodio che si ripete sempre nel tessuto umano della città di Napoli ed è ancora un “uso” della borghesia mercantile, in maggior parte composta da persone non “indigene napoletane” ma da “immigrati, anche interni, del Regno delle due Sicilie”. Queste famiglie ricorrono al “sensale” per trovare alle loro figlie nubili, per marito, una persona a reddito fisso, anche basso, quale impiegato statale o simili, meglio una Guardia di Finanza “Forestiera”, o impiegato del Comune o Aziende Comunali, gente notoriamente scelte non per merito personale, ma in base alle loro appartenenze o raccomandazioni.

Se la ragazza è innamorata, poco importa, si manda via il pretendente innamorato. Questi esclusi, i miserabili di turno, quasi sempre si realizzano nella vita con le proprie forze, se lontani da Napoli, superando in “posizione sociale” chi li ha rifiutati, poiché il Destino, Signore del Mondo, non lo fanno i”sensali” né i ricchi parvenu (pezzenti sagliuti). Illustrato il contesto in cui nasce la poesia, la analizziamo per godercela come merita.

I primi in due versi ci presentano lo scenario ed i protagonisti, la Voce e la Sposa. La Voceresterà sempre e solo una “voce”, non si saprà mai cosa canta o dice o impreca, né chi ne svolge il ruolo, è solo una Voce nella notte in un vicolo semibuio. La Sposa è bene individuata ed è la vera protagonista.

Gli altri versi della prima strofa “statte scetata..…scurnuse, nce parlavamo cu‘o vvuje”consigliano alla sposa cosa fare, perché la Voce è sicuro che la Sposa non può averlo dimenticato, perché quella “voce” è sempre e solo la voce dal tono timido che le diceva parole d’amore, parlandole con il voi. La voce non avrà mai il minimo dubbio che il suo amore lo abbia dimenticato.

La seconda strofa è il vero centro della storia. La sua recitazione deve rendere bene i sentimenti che esprime, sottotono per i primi due versi, in crescendo per i rimanenti fino acumm’a chè, quindi una pausa poi sottovoce l’ultimo verso, che indicare rassegnazione. “Si stà voce ti parla int’o core, chelle ca nun te cerco e nun te rico: tutt’o turmiento ‘e nu luntano amore, tutto l’ammore ‘e nu turmiento antico" è il messaggio della “voce”, che non tenta nemmeno di dire, perché parla al cuore, il suo tormento per l’amore svanito, l’amore che conserva per questo tormento, antico cioè radicato nella sua anima, tutto per non un motivo non preciso. Forse la Voce era lontano “Fore”, o militare o forse navigava, forse perché povero e la madre benestante di Lei ha combinato un matrimonio di casta a cui Lei non ha saputo o voluto sottrarsi. Avrà Ella preferito l’agiatezza all’amore? La voce ricorda i sentimenti che le procurava “si siente n’core na smania ‘e vulè bene, na smania ‘e vase scorrere p’e vene, nu fuoco che t’abbrucia comm’a cchè!" A questo punto la Voce capisce che è tutto inutile, pensa che la Sposa ha ricordato e rivissuto un sentimento tanto forte e tanto impossibile, per cui è meglio per tutti che quella “smania” sia rivolta a chi le dovrà restare vicino per tutta la vita, e, rassegnato dice Vasate a chillo, che te mporta ‘e me! E’ qui la grandezza dell’autore, capisce che il Destino vince tutto e che potrebbe far del male alla persona amata, che il vero amore è non far soffrire la persona amata, e pensa “chè sia felice, anche senza di me!”

La terza strofa sviluppa questo concetto. La voce, resosi conto del possibile male che poteva arrecare all’unico suo impossibile amore, consiglia la Sposa su come fare. Questa strofa merita di essere recitata in tono pacato spegnendosi nell’ultimo verso. “Si sta voce che canta int’a nuttata, te scete ‘o sposo,…. nun avè appaura, vire ca senza nomme è ‘a serenata, rille cà rorme… cà s’arrassicura. Poi suggerisce le parole che definiscono la Voce: “chi canta int’a sta via, o sarrà pazzo o more ‘e gelusia….. starà chiagnenno quacche ‘nfamità, Cant’isso sulo…ma che canta ‘affà". La Voce, il vinto dalla vita, svanisce nella notte nella nebbiolina dell’alone sula luce dei fanali del vicolo, che torna nel silenzio interrotto da na voce ‘e notte senza poter sapere cosa abbia cantato o gridato o imprecato o pianto.


martedì 27 novembre 2012

Omaggio a Mercedes Sosa

Ecco la versione  originale di Mercedes Sosa a cui Vinicio Capossela rende omaggio con la sua Cansion de las simplas cosas





“Uno se despide, insensiblemente
de pequellas cosas
lo mismo que un arbol
que en tiempo de otoño
se queda sin hojas
al fin la tristeza es la muerte lenta
de las simples cosas
y esas cosas simples
que quedan doliendo
en el corazón



Uno vuelve siempre
a los viejos sitios
donde amo la vida
y entonces comprende
como estan de ausentes
las cosas queridas
por eso muchacho no partas ahora
soñando el regreso
que el amor es simple
y a las cosas simples las devora el tiempo

Enamorate aqui
en la luz mayor
de este medio dia
donde encontraras
con el panal sol
la mesa tendida
por eso muchacho no partas ahora
soñando el regreso
que el amor es simple
y a las cosas simples las devora en tiempo

Uno vuelve siempre
a los viejos sitios
donde amo la vida”.

martedì 13 novembre 2012

Ella




C'est comme une gaieté 

Comme un sourire

Quelque chose dans la voix

Qui paraît nous dire "viens"

Qui nous fait sentir étrangement bien


C'est comme toute l'histoire

Du peuple noir

Qui se balance

Entre l'amour et l'désespoir

Quelque chose qui danse en toi

Si tu l'as, tu l'as


Ella, elle l'a

Ce je n'sais quoi

Que d'autres n'ont pas

Qui nous met dans un drôle d'état

Ella, elle l'a

Ella, elle l'a

Ou-ou ou-ou ou-ou ou

Elle a, ou-ou ou-ou ou-ou ou, cette drôle de voix

Elle a, ou-ou ou-ou ou-ou ou, cette drôle de joie

Ce don du ciel qui la rend belle


Ella, elle l'a

Ella, elle l'a

Elle a, ou-ou ou-ou ou-ou ou

Ella, elle l'a

Elle a, ou-ou ou-ou ou-ou ou


Elle a ce tout petit supplément d'âme

Cet indéfinissable charme

Cette petite flamme


Tape sur des tonneaux

Sur des pianos

Sur tout ce que dieu peut te mettre entre les mains

Montre ton rire ou ton chagrin

Mais que tu n'aies rien, que tu sois roi

Que tu cherches encore les pouvoirs qui dorment en toi

Tu vois ça ne s'achète pas

Quand tu l'as tu l'as


Ella, elle l'a

Ce je n'sais quoi

Que d'autres n'ont pas

Qui nous met dans un drôle d'état

Ella, elle l'a

Ella, elle l'a ...





"E' come una gioia


come un sorriso


qualcosa nella sua voce


sembra dire ... vieni


e ci fa sentire stranamente bene"

giovedì 25 ottobre 2012

Passacaglia da Stefano Landi a Franco Battiato




Chi era Stefano Landi?

Battezzato il 26 febbraio 1587, Stefano Landi nel 1595 entrò come putto soprano al Collegio Germanico, forse sotto il magistero di Asprilio Pacelli.

Ricevette gli ordini minori nel 1599 e fu ammesso al Seminario Romano nel 1602. Negli Annali del Seminario di Girolamo Nappi è ricordato come compositore di una pastorale nel Carnevale nel 1607; nel 1611 il suo nome appare anche tra gli organisti e tra i cantori. In quegli stessi anni Agostino Agazzari era maestro di cappella al Seminario, ed è probabile che sia stato tra gli insegnanti di Landi. Nel 1614 e sino al 1617 Stefano Landi divenne maestro di cappella nellachiesa di Santa Maria della Consolazione.

Nel 1618 si trasferì e fu al servizio del vescovo di Padova, Marco Corner, a cui dedicò una raccolta di madrigali a cinque voci pubblicata a Venezia nel 1619. Nello stesso anno stampò anche la sua prima opera, La morte d'Orfeo, musicalmente debitrice, almeno in parte, all'Eumelio di Agostino Agazzari, quest'ultimo rappresentato a Roma nel carnevale del 1606 proprio al Seminario Romano.

Nel 1620 ritornò a Roma, dove passerà il resto della sua vita. Tra i suoi mecenati ci saranno i Borghese, il cardinale Maurizio di Savoia, e i Barberini. Questi ultimi saranno i suoi contributori più importanti tra la fine degli anni 1620 e1630. Il 29 novembre 1629 entrerà nel coro della cappella musicale pontificia come contralto.

Per la famiglia Barberini scriverà la sua opera più celebre, il Sant'Alessio, scritta su testo di Giulio Rospigliosi e rappresentato nel carnevale del 1632.

Stefano Landi fu un compositore prolifico; scrisse messe, arie e responsori, la maggior parte nello stile della seconda prattica del primo Barocco.

Oltre all'indubbia genialità del compositore, contribuì al suo successo la capacità di intrattenere ottime relazioni con l'aristocrazia contemporanea, da cui seppe trarre intelligente profitto.

Nel 1636 cominciò a soffrire di problemi di salute. Il 26 ottobre 1639, due giorni prima di morire, Landi dettò le sue ultime volontà. Fu il primo a essere seppellito nella tomba comune dei cantori pontifici nella Chiesa Nuova. Nell'inventario dei beni ereditari furono segnati una grande quantità di manoscritti e musica stampata, oltre a molti strumenti musicali.
Il primo libro di madrigali a cinque voci e basso continuo è rispettoso del linguaggio musicale del tardo XVI secolo, da cui si distingue essenzialmente per l'adozione del basso continuo, del resto ormai largamente utilizzato dai compositori. Altri generi di musica profana, come arie e canzoni, queste ultime spesso nello stile strofico e semplice della villanella dimostrano la versatilità di Landi.

La Missa in benedictione nuptiarum, scritta per i cantori pontifici, pur presentandosi nel consueto organico senza strumenti – peculiare di quella cappella – non ricalca lo stile arcaico del passato, evidenziando un linguaggio compositivo ricco di elementi esornativi.

La morte d’Orfeo è tra i primi importanti melodrammi italiani, e anche il primo su soggetto profano a essere rappresentato a Roma.

Parte della sua produzione è andata perduta.

(da Wikipedia)

Testo di Stefano Landi

Oh come t'inganni
se pensi che gl'anni
non hann' da finire,
bisogna morire.

È un sogno la vita
che par sì gradita,
è breve gioire,
bisogna morire.
Non val medicina,
non giova la China,
non si può guarire,
bisogna morire.

Non vaglion sberate,
minarie, bravate
che caglia l'ardire,
bisogna morire.
Dottrina che giova,
parola non trova
Che plachi l'ardire,
bisogna morire.

Non si trova modo
di scoglier 'sto nodo,
non val il fuggire,
bisogna morire.
Commun'è statuto,
non vale l'astuto
'sto colpo schermire,
bisogna morire.

La morte crudele
a tutti è infedele,
ogn'uno svergogna,
morire bisogna.
È pur ò pazzia
o gran frenesia,
par dirsi menzogna,                                                                       
morire bisogna.

Si more cantando,
si more sonando
la Cetra, o Sampogna,
morire bisogna.
Si muore danzando,
bevendo, mangiando;
con quella carogna
morire bisogna.

I Giovani, i putti
e gl'Huomini tutti
s'hann'a incenerire,
bisogna morire.
I sani, gl'infermi,
i bravi, gl'inermi
tutt'hann'a finire,
bisogna morire.

E quando che meno
ti pensi, nel seno
ti vien a finire,
bisogna morire.
Se tu non vi pensi
hai persi li sensi,
sei morto e puoi dire:
bisogna morire.




Franco Battiato e Mario Sgalambro





 

Testo di Battiato e Sgalambro


Ah! come t'inganni se pensi che gli anni non han da finire

è breve il gioire.

I sani, gl'infermi, i bravi, gl'inermi, è un sogno la vita che par sì gradita.

Vorrei tornare indietro per rivedere il passato,

per comprendere meglio quello che abbiamo perduto.

Viviamo in un mondo orribile.

Siamo in cerca di un'esistenza.

La gente è crudele, e spesso infedele, nessun si vergogna di dire menzogna.

I giovani, i putti e gl'Huomini tutti non vale il fuggire si plachi l'ardire.

Vorrei tornare indietro, per rivedere gli errori, per accelerare il mio processo interiore.

Ero in quinta elementare,

entrai per caso nella mia esistenza...

fatta di giorni allegri

e di continue esplorazioni,

e trasformazioni dell'io.

Vorrei tornare indietro nella mia casa d'origine,

dove vivevo prima di arrivare qui sulla Terra.

Entrai per caso nella mia esistenza

di antiche forme di insegnamenti

e trasformazioni dell'io.

** tratto da "Passacaglia della vita" di Stefano Landi, libero adattamento di Franco Battiato - Manlio Sgalambro


mercoledì 17 ottobre 2012

Mario Salis







" [...] Le canzoni di Salis ricordano l’atmosfera di una sala cinematografica, preferibilmente di un cinema d’essai, dove non esiste nessuna convenzione e nessuna regola, regna un girotondo di immagini a supporto del messaggio, sempre importante, dove al centro c’è sempre l’uomo, grande protagonista con i suoi drammi, i suoi diritti negati e le sue speranze. La musica è il cast, il corollario, senza la quale il protagonista non potrebbe esistere. [...] "

tratto da un articolo di Alessandro Calzetta su www.bravonline.it





Ti amerò
Mario Salis

Ti amero'
come la goccia il mare
ti amero'
come i raggi il sole
ti amero'
come i pittori la luce
ti amero'
sia in guerra sia in pace

Ti amero'
nel buio cielo
degli umidi orizzoni
ti amero'
sotto la pioggia
brucero' per te tramonti
affiche tu possa avere caldo
nel freddo delle correnti
ti amero'
tra gli abissi
tra i venti

Ti amero' perché ti ho amato
in un'altra vita
tu eri stella io viandante
io la tua camicia

Ti amero'
anche se dovessi soffrire
ti amero'
è con te che voglio stare

Ti amero'
perché ogni notte ha bisogno della sua luna
ti amero'
perché tu sei
il sangue della mia vena

Ti amero'
a mezzoggiorno
nei boulevards di Parigi
Ti amero'
perché tu sei
la luce delle mie luci

Ti amero' perchè l'ho scritto
nella sabbia del mio deserto

quando perdi tutto te stesso
quello che conta ti resta addosso

ti amero'
che amore unisce
chi l'ha cercato

ed io in questo mondo
l'ho trovato l'ho trovato

Ti amero'
perché ogni notte ha bisogno della sua luna
ti amero'
perché tu sei
il sangue della mia vena

Ti amero'
a mezzoggiorno
nei boulevards di Parigi
Ti amero'
perché tu sei
la luce delle mie luci











martedì 12 giugno 2012

Fou de love




Sangre
loviente in core
Amai ma come moro non vivrò mai
Loviente sangre
mit you por siempre
e tu non piense a mme
T'amo più tuo son io
che de moi son perdido e chiedo di me
a les tue braccia
a los tus besos
now che sarà de mi
Aulentina tu non vivi per moi
Tiranna mia tu non vivi per me
I fou de love
appriesse a tte
Amor che a me me fas le feu, la glace, plaisir,dolor co ch'el vols
Tiranna mia despotista tu sì
Tiranna mia pianto e riso y desir
I fou de love
appriesse a te
Amor che a me me fas le feu, la glace, plaisir, dolor
e scioglie el sangre
loviente in core
rossiente por ti
Vurria vurria
ma prima 'e murì
Vida d'erotica ambicion
e moratoria de l'amour
e di esiziale inquisicion
Tiranna mia ca ira
Sangre
Loviente in core
io basio las palabras coi labbri miei
e più ti bramo
si el tuo bel labbro
palabra non è
Galantina tu non vivi por mi
Tiranna mia
tu non vivi per me
I fou de love
appriesse a ttè
Amor che a me me fas le feu, la glace, plaisir, dolor
co ch'el vols
Tiranna mia despotista tu sì
Tiranna mia pIanto e riso y desir
I fou de love
appriesse a ttè
Amor che a me me fas le feu, la glace, plaisir, dolor
e scioglie el sangre
loviente in core
morir je vurria
d'amour con ti
ma primma 'e murì
I feu de love
Tiranna tu sì
Sangriente love
in core por ti

angolotesti.leonardo.it

Come le onde del mare . Gianmaria Testa




Ma certe nostre sere hanno un colore
che non sapresti dire
sospese fra l'azzurro e l'amaranto
e vibrano di un ritmo lento, lento
e noi che le stiamo ad aspettare
noi le sappiamo prigioniere
come le onde del mare,
come le stelle del mare.

si muovono e c'incantano le ore
di certe nostre sere
e sanno di partenza e di tramonto
e di sorvolare lento, lento
ma noi che le sappiamo prigioniere
non le possiamo liberare
come le onde dal mare
come le stelle dal mare



http://angolotesti.leonardo.it/

lunedì 21 maggio 2012

Per me


Spanish Romance

... e da lontano mi arrivò un suono, una leggera melodia, un tentativo. Lentamente prese coraggio, le dita sulle corde cercavano l'accordo, poi  tutto divenne musica. No, non musica, quella musica, la mia musica. In un luogo lontano qualcuno, a me sconosciuto, suonava per me la mia canzone.


lunedì 2 aprile 2012

La chanson des vieux amants






...So tutto delle tue magie 

e tu della mia intimità 
sapevo delle tue bugie 
tu delle mie tristi viltà. 
So che hai avuto degli amanti 
bisogna pur passare il tempo 
bisogna pur che il corpo esulti 
ma c'é voluto del talento 
per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti... 



La voce degli amanti

Risultati immagini per amanti dipinto

 È silenziosa
inutile cercare di spogliarne le parole
quando urla roca 
s'illumina di tremula bugia


si spegne all'albeggiare del primo sole
che con cura
la trafigge

Ogni parola trasparente
sulle labbra
come sangue si rapprende


E' l'ultimo respiro


dalla radice - al fiore


che senza voce si lascerà appassire




















venerdì 16 marzo 2012

Io non mi sento italiano



Io G. G. sono nato e vivo a Milano. 
Io non mi sento italiano 
ma per fortuna o purtroppo lo sono. 

Mi scusi Presidente 
non è per colpa mia 
ma questa nostra Patria 
non so che cosa sia. 
Può darsi che mi sbagli 
che sia una bella idea 
ma temo che diventi 
una brutta poesia. 
Mi scusi Presidente 
non sento un gran bisogno 
dell'inno nazionale 
di cui un po' mi vergogno. 
In quanto ai calciatori 
non voglio giudicare 
i nostri non lo sanno 
o hanno più pudore. 

Io non mi sento italiano 
ma per fortuna o purtroppo lo sono. 

Mi scusi Presidente 
se arrivo all'impudenza 
di dire che non sento 
alcuna appartenenza. 
E tranne Garibaldi 
e altri eroi gloriosi 
non vedo alcun motivo 
per essere orgogliosi. 
Mi scusi Presidente 
ma ho in mente il fanatismo 
delle camicie nere 
al tempo del fascismo. 
Da cui un bel giorno nacque 
questa democrazia 
che a farle i complimenti 
ci vuole fantasia. 

Io non mi sento italiano 
ma per fortuna o purtroppo lo sono. 

Questo bel Paese 
pieno di poesia 
ha tante pretese 
ma nel nostro mondo occidentale 
è la periferia. 

Mi scusi Presidente 
ma questo nostro Stato 
che voi rappresentate 
mi sembra un po' sfasciato. 
E' anche troppo chiaro 
agli occhi della gente 
che tutto è calcolato 
e non funziona niente. 
Sarà che gli italiani 
per lunga tradizione 
son troppo appassionati 
di ogni discussione. 
Persino in parlamento 
c'è un'aria incandescente 
si scannano su tutto 
e poi non cambia niente. 

Io non mi sento italiano 
ma per fortuna o purtroppo lo sono. 

Mi scusi Presidente 
dovete convenire 
che i limiti che abbiamo 
ce li dobbiamo dire. 
Ma a parte il disfattismo 
noi siamo quel che siamo 
e abbiamo anche un passato 
che non dimentichiamo. 
Mi scusi Presidente 
ma forse noi italiani 
per gli altri siamo solo 
spaghetti e mandolini. 
Allora qui mi incazzo 
son fiero e me ne vanto 
gli sbatto sulla faccia 
cos'è il Rinascimento. 

Io non mi sento italiano 
ma per fortuna o purtroppo lo sono. 

Questo bel Paese 
forse è poco saggio 
ha le idee confuse 
ma se fossi nato in altri luoghi 
poteva andarmi peggio. 

Mi scusi Presidente 
ormai ne ho dette tante 
c'è un'altra osservazione 
che credo sia importante. 
Rispetto agli stranieri 
noi ci crediamo meno 
ma forse abbiam capito 
che il mondo è un teatrino. 
Mi scusi Presidente 
lo so che non gioite 
se il grido "Italia, Italia" 
c'è solo alle partite. 
Ma un po' per non morire 
o forse un po' per celia 
abbiam fatto l'Europa 
facciamo anche l'Italia. 

Io non mi sento italiano 
ma per fortuna o purtroppo lo sono. 

Io non mi sento italiano 
ma per fortuna o purtroppo 
per fortuna o purtroppo 
per fortuna 
per fortuna lo sono.

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