l’inettitudine alla vita dentro l’aria rarefatta dei pensieri dissipa il mio io che cerca e non trova pace
se fossi la foglia accartocciata che t’incuriosisce nella forma del suo morire o solo fossi nascosta fra le cose tue come quel fiore che hai curato ecco lì resterei a memoria e sarei la tua malinconia del suo sfiorire
maternamente beffarda è la natura stordisce di troppo sole e acceca d’azzurro intenso l’eterno bisogno d’amare
un io semplice che si consuma nell’incapacità virulenta di non credere che ogni linea diventi cerchio che ogni giustizia abbia un nome e che ogni compimento si compia
Venite pure avanti, voi con il naso corto,
signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio
perchè con questa spada vi uccido quando voglio.
Venite pure avanti poeti sgangherati
inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza
avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finchè dura,
che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse
col ghigno e l' ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna,
però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L'arrivismo? All'amo non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!
Facciamola finita, venite tutti avanti
nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze,
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte,
coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch'io sono sbagliato,
spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!
Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz'ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d' essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo, ma sono triste
perchè Ella è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco: le parlerò coi versi,
le parlerò coi versi...
Venite gente vuota, facciamola finita,
voi preti che vendete a tutti un' altra vita;
se c'è, come voi dite, un Dio nell' infinito,
guardatevi nel cuore, l' avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso,
che Dio è morto e l' uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti,
per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!
Io tocco i miei nemici col naso e con la spada,
ma in questa vita oggi non trovo più la strada.
Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo,
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:
dev' esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un' ombra e tu, mia amata, il sole,
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima Signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono,
per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo...Cirano
Compositore e arrangiatore, chitarrista autodidatta, si è perfezionato in armonia e composizione con Filippo Daccò e in chitarra con Giorgio Cocilovo, Gigi Cifarelli, Gaudenzio Gazzola.
Autore di testi, ha ottenuto vari riconoscimenti sia come poeta (Roma 1982, Premio Internazionale di Poesia Poeti del ‘900 C. Capodieci) che come cantautore (Sanremo, Teatro Ariston, Tenco 1995).
Nella sua lunga attività professionale ha partecipato a diverse trasmissioni televisive (RAI, Mediaset, TMC, Videomusic, Telelombardia), inciso nell’ambito della musica leggera, ideato e realizzato jingle pubblicitari (Oscar Mondadori, L’Unità), contributi musicali per colonne sonore (ha suonato in Pane e Tulipani, Agata e la tempesta), spettacoli teatrali e musicali (Zingaro Incanto, Sentiero Color Cenere, Harem 2009 con KesiaElwin, Walid Hussein, Mohamed Antr). Ha inciso con Mamud Band, Massimo Cavallaro (per Antonio Albanese).
Fin da ragazzo partecipa, prima come cantante, poi cantautore e chitarrista elettrico, a numerosissime manifestazioni, rassegne folk e rock- festival dell’area vesuviana, maturando un solido bagaglio live.
Trasferitosi a Roma, poi a Milano, continua ad affinare il suo percorso musicale abbracciando nuovi generi e operando, come musicista e arrangiatore, in diverse formazioni in Italia e all’estero, soprattutto nell’area della musica salsa (Stoccolma, Festival latino-americano, 1987; Milano, Palatrussardi, 1988).
Intanto continua la sua attività di cantautore: è di questo periodo l’avvio del suo primo progetto di contaminazione musicale, il gruppo latin-rock-mediterraneo Partenope Latina (sette elementi tra cui tromba, chitarra elettrica, batteria e percussioni), con cui presenta esclusivamente pezzi di propria composizione (1988-91).
Dopo una breve incursione nel mondo della musica leggera torna ad approfondire il suo personale discorso musicale fino all’incontro con le sonorità balcaniche, zingare, klezmer, segnando l’inizio della collaborazione, dal ‘95 in poi, con Maurizio Dehò e Gian Pietro Marazza.
Fondati nel 1994 dal batterista Mirco Mariani e dal bassista ed autore
di testi Valerio Corzani.
Il 27 agosto 1999, all'età di 26 anni, in seguito ad un incidente stradale, muore il cantante, frontman e chitarrista Daniele Di Domenico detto Dido, anima istrionica dei Mazapegul. A seguito della sua scomparsa il gruppo si scioglierà
Cosa significa Mazapegul?
E Mazapegul
di Loris Pattuell
Il Mazapegul è un folletto dispettoso, il protettore delle bestie e della casa. Con il suo bastone da passeggio e con in testa un berrettino rosso, il Mazapegul è l'antico spirito che giace con le donne. Di gradevole aspetto, lo si direbbe un incrocio tra un gatto e uno scimmiotto. Come la maggior parte dei suoi simili, non gira che di notte e lascia impronte dappertutto. Se lo tratti bene, ti fa i lavori domestici, ma se lo fai arrabbiare, ti rovescia tutta la casa. Il Mazapegul lo puoi scacciare in centomila modi. Lo puoi anche catturare, chiudendolo in un sacco. Ma a che pro? La notte dopo lo troveresti ancora lì, leggero come un refolo di vento e pesante come la pietra degli incubi.
Per il dizionario Devoto-Oli, il folletto è un "essere fiabesco della tradizione popolare, piccolo ed astuto, magnificamente operante a danno o a vantaggio dell'uomo". Folletto, in romagnolo fulèt, nodo di vento, piccolo mulinello che s'alza quando l'aria è calma. La radice "fol" significa "soffio d'aria" da cui derivano i termini latini follis, flare, flatus e gli italiani folle, folata, folletto, ma anche fola, favola. Il Mazapegul è piccolino, di pelo grigio e corre spedito sulle zampette posteriori. In testa porta un berretto rosso e tra le mani stringe un bastone da passeggio. Per il resto è nudo come un verme o un bambino appena nato. Il Mazapegul è il genio tutelare della famiglia, lo spirito degli antenati, è quell'attività onirica che mette in comunicazione il cielo con la terra. Per Anselmo Calvetti, Mazapegul è derivato da pécul/pécol e significa "il piccolo dalla mazza". La mazza (bastone, martello, zanèta) intesa come l'arma con la quale la divinità tutelare della casa impediva agli spiriti maligni di oltrepassare la soglia domestica.
Il Mazapegul alza le sottane delle signore, salta in groppa alle rane, intreccia le code delle mucche, le criniere dei cavalli, i capelli delle fanciulle, nasconde e sposta oggetti, suggerisce sogni, dona gioia e spensieratezza alle persone amate. Il Mazapegul può trasformarsi in un filo d'erba, una foglia, un sasso, può essere così piccolo da passare per il buco della serratura o così grande da bloccare una strada. Inconsistente come l'aria, il Mazapegul è capace di assumere qualsiasi aspetto, può diventare un animale, un attrezzo da lavoro, un gomitolo di lana, una fiammella, un mostro, oppure può trasformarsi in radici, tronchi, rami. Il Mazapegul fa i dispetti a quelli che lavorano, sa imitare la voce umana, si diverte a confondere i discorsi, eccetera, eccetera. Splendida creatura il Mazapegul, vero? Forse ce n'è ancora qualcuno in giro, forse c'è un qualche nostro conoscente che gli assomiglia un pochino. Bisognerebbe tenerlo presente.
Oggi dedico il mio post alla voce di Roberto Murolo e alla poesia/canzone di Eduardo Nicolardi.
Ho copiato ed incollato un articolo esaustivo e preciso (cosa che io non avrei saputo fare, non conoscendo la lingua napoletana) trovato sul sito "Il brigantino- il portale del sud".
Una melodia dolce e triste accompagna questa serenata. L'avevo sentita tantissime volte godendola così, per la musicalità delle parole che accompagnano una struggente melodia. Le avvertivo come parole d'amore, tristi, malinconiche ma senza sapere di più. Ho cercato risposta in internet e... ecco qua, adesso so.
Ciò che ho trovato mi è sembrato così bello che ho pensato di portarlo qui e dividerlo con voi.
“Voce ‘e Notte” una vera poesia
Il testo della Canzone “Voce ‘e notte”, divenuta canzone, è stata scritta agli inizi del '900 dal giovane poeta Eduardo Nicolardi, che aveva perso l’amata, andata in sposa, per volere dei genitori di lei, per motivi di posizione economica ad un'altro uomo, un ricco settantacinquenne.
Illustrato il contesto in cui nasce la poesia, la analizziamo per godercela come merita. La struttura della Poesia è in tre strofe di otto endecasillabi, con rima alternata nella prima metà e baciata nella seconda. La riporto intera con la traduzione all’impronta per farla capire meglio, quella letteraria le fa perdere la forza.
Voce ‘e notte
Si 'sta voce te scéta 'int''a nuttata,
mentre t'astrigne 'o sposo tujo vicino...
Statte scetata, si vuó' stá scetata,
ma fa' vedé ca duorme a suonno chino...
Nun ghí vicino ê llastre pe' fá 'a spia,
pecché nun puó sbagliá 'sta voce è 'a mia
E' 'a stessa voce 'e quanno tutt'e duje,
scurnuse, nce parlávamo cu 'o "vvuje".
Si 'sta voce te canta dint''o core
chello ca nun te cerco e nun te dico;
tutt''o turmiento 'e nu luntano ammore,
tutto ll'ammore 'e nu turmiento antico...
Si te vène na smania 'e vulé bene,
na smania 'e vase córrere p''e vvéne,
nu fuoco che t'abbrucia comm'a che,
vásate a chillo...che te 'mporta 'e me?
Si 'sta voce, che chiagne 'int''a nuttata,
te sceta 'o sposo, nun avé paura...
Vide ch'è senza nomme 'a serenata,
dille ca dorme e che se rassicura...
Dille accussí: "Chi canta 'int'a 'sta via
o sarrá pazzo o more 'e gelusia!
Starrá chiagnenno quacche 'nfamitá...
Canta isso sulo...Ma che canta a fá?!
Una voce nella notte
Se questa voce ti sveglia nella notte,
mentre ti stringi al tuo sposo, vicino…..
Resta sveglia, se davvero lo preferisci,
ma fingi di dormire profondamente.
Non andare alla finestra, per vedere.
perchè non puoi confonderti,
questa è la mia voce,
la stessa voce di quando noi due,
timidamente, ci parlavamo con il voi.
Se questa voce canta nel tuo cuore
Ciò che non riesco, né tento di dirti:
tutto il tormento per un perduto amore,
tutto l’amore per un tormento antico.
Se senti un gran desiderio di amare,
una voglia di baci scorrere nelle vene,
un fuoco che brucia l’anima ed il cuore,
baciati quel tizio, che t’importa di me!
Se questa voce, piangente nella notte,
sveglia il tuo sposo, non aver timore,
vedi che la serenata è senza dedica,
digli di dormire sicuro, che non è per te!
Digli così: “Chi canta in questo vicolo
forse è pazzo o lo strugge la gelosia!
Forse piange qualche grave malefatta...
Nessuno lo ascolta …ma chi glielo fa fare?!
Commento
Il testo della Canzone “Voce ‘e notte” è una delle più belle poesie scritte in napoletano, dalle Fabulae Atellanae ad oggi, scritta dal giovane poeta Eduardo Nicolardi, per un amore svanito con l’amata data in sposa dai genitori di lei, per motivi di posizione economica ad un ricco settantacinquenne.
In letteratura l’amore realizzato crea i grandi prosatori, perchè il sogno d’amore si logora nella vita quotidiana, mentre un amore perduto o impossibile crea i grandi poeti, perché l’amore resta un sogno, inattaccabile, anzi si sublima con il passare degli anni. Anche se Nicolardi, per la morte del rivale, sposò poi la sua amata, realizzando il loro sogno d'amore, a noi è restata una delle più belle poesie (e canzoni) di tutti i tempi. Il commento riguarderà solo la storia umana, lasciando da parte il Nicolardi.
Essa nasce da un episodio che si ripete sempre nel tessuto umano della città di Napoli ed è ancora un “uso” della borghesia mercantile, in maggior parte composta da persone non “indigene napoletane” ma da “immigrati, anche interni, del Regno delle due Sicilie”. Queste famiglie ricorrono al “sensale” per trovare alle loro figlie nubili, per marito, una persona a reddito fisso, anche basso, quale impiegato statale o simili, meglio una Guardia di Finanza “Forestiera”, o impiegato del Comune o Aziende Comunali, gente notoriamente scelte non per merito personale, ma in base alle loro appartenenze o raccomandazioni.
Se la ragazza è innamorata, poco importa, si manda via il pretendente innamorato. Questi esclusi, i miserabili di turno, quasi sempre si realizzano nella vita con le proprie forze, se lontani da Napoli, superando in “posizione sociale” chi li ha rifiutati, poiché il Destino, Signore del Mondo, non lo fanno i”sensali” né i ricchi parvenu (pezzenti sagliuti). Illustrato il contesto in cui nasce la poesia, la analizziamo per godercela come merita.
I primi in due versi ci presentano lo scenario ed i protagonisti, la Voce e la Sposa. La Voceresterà sempre e solo una “voce”, non si saprà mai cosa canta o dice o impreca, né chi ne svolge il ruolo, è solo una Voce nella notte in un vicolo semibuio. La Sposa è bene individuata ed è la vera protagonista.
Gli altri versi della prima strofa “statte scetata..…scurnuse, nce parlavamo cu‘o vvuje”consigliano alla sposa cosa fare, perché la Voce è sicuro che la Sposa non può averlo dimenticato, perché quella “voce” è sempre e solo la voce dal tono timido che le diceva parole d’amore, parlandole con il voi. La voce non avrà mai il minimo dubbio che il suo amore lo abbia dimenticato.
La seconda strofa è il vero centro della storia. La sua recitazione deve rendere bene i sentimenti che esprime, sottotono per i primi due versi, in crescendo per i rimanenti fino acumm’a chè, quindi una pausa poi sottovoce l’ultimo verso, che indicare rassegnazione. “Si stà voce ti parla int’o core, chelle ca nun te cerco e nun te rico: tutt’o turmiento ‘e nu luntano amore, tutto l’ammore ‘e nu turmiento antico" è il messaggio della “voce”, che non tenta nemmeno di dire, perché parla al cuore, il suo tormento per l’amore svanito, l’amore che conserva per questo tormento, antico cioè radicato nella sua anima, tutto per non un motivo non preciso. Forse la Voce era lontano “Fore”, o militare o forse navigava, forse perché povero e la madre benestante di Lei ha combinato un matrimonio di casta a cui Lei non ha saputo o voluto sottrarsi. Avrà Ella preferito l’agiatezza all’amore? La voce ricorda i sentimenti che le procurava “si siente n’core na smania ‘e vulè bene, na smania ‘e vase scorrere p’e vene, nu fuoco che t’abbrucia comm’a cchè!" A questo punto la Voce capisce che è tutto inutile, pensa che la Sposa ha ricordato e rivissuto un sentimento tanto forte e tanto impossibile, per cui è meglio per tutti che quella “smania” sia rivolta a chi le dovrà restare vicino per tutta la vita, e, rassegnato dice Vasate a chillo, che te mporta ‘e me! E’ qui la grandezza dell’autore, capisce che il Destino vince tutto e che potrebbe far del male alla persona amata, che il vero amore è non far soffrire la persona amata, e pensa “chè sia felice, anche senza di me!”
La terza strofa sviluppa questo concetto. La voce, resosi conto del possibile male che poteva arrecare all’unico suo impossibile amore, consiglia la Sposa su come fare. Questa strofa merita di essere recitata in tono pacato spegnendosi nell’ultimo verso. “Si sta voce che canta int’a nuttata, te scete ‘o sposo,…. nun avè appaura, vire ca senza nomme è ‘a serenata, rille cà rorme… cà s’arrassicura. Poi suggerisce le parole che definiscono la Voce: “chi canta int’a sta via, o sarrà pazzo o more ‘e gelusia….. starà chiagnenno quacche ‘nfamità, Cant’isso sulo…ma che canta ‘affà". La Voce, il vinto dalla vita, svanisce nella notte nella nebbiolina dell’alone sula luce dei fanali del vicolo, che torna nel silenzio interrotto da na voce ‘e notte senza poter sapere cosa abbia cantato o gridato o imprecato o pianto.
Ecco la versione originale di Mercedes Sosa a cui Vinicio Capossela rende omaggio con la sua Cansion de las simplas cosas
“Uno se despide, insensiblemente
de pequellas cosas
lo mismo que un arbol
que en tiempo de otoño
se queda sin hojas
al fin la tristeza es la muerte lenta
de las simples cosas
y esas cosas simples
que quedan doliendo
en el corazón
Uno vuelve siempre
a los viejos sitios
donde amo la vida
y entonces comprende
como estan de ausentes
las cosas queridas
por eso muchacho no partas ahora
soñando el regreso
que el amor es simple
y a las cosas simples las devora el tiempo
Enamorate aqui
en la luz mayor
de este medio dia
donde encontraras
con el panal sol
la mesa tendida
por eso muchacho no partas ahora
soñando el regreso
que el amor es simple
y a las cosas simples las devora en tiempo
Uno vuelve siempre
a los viejos sitios
donde amo la vida”.
Nel 1618 si trasferì e fu al servizio del vescovo di Padova, Marco Corner, a cui dedicò una raccolta di madrigali a cinque voci pubblicata a Venezia nel 1619. Nello stesso anno stampò anche la sua prima opera, La morte d'Orfeo, musicalmente debitrice, almeno in parte, all'Eumelio di Agostino Agazzari, quest'ultimo rappresentato a Roma nel carnevale del 1606 proprio al Seminario Romano.
Per la famiglia Barberini scriverà la sua opera più celebre, il Sant'Alessio, scritta su testo di Giulio Rospigliosi e rappresentato nel carnevale del 1632.
Stefano Landi fu un compositore prolifico; scrisse messe, arie e responsori, la maggior parte nello stile della seconda prattica del primo Barocco.
Oltre all'indubbia genialità del compositore, contribuì al suo successo la capacità di intrattenere ottime relazioni con l'aristocrazia contemporanea, da cui seppe trarre intelligente profitto.
Nel 1636 cominciò a soffrire di problemi di salute. Il 26 ottobre 1639, due giorni prima di morire, Landi dettò le sue ultime volontà. Fu il primo a essere seppellito nella tomba comune dei cantori pontifici nella Chiesa Nuova. Nell'inventario dei beni ereditari furono segnati una grande quantità di manoscritti e musica stampata, oltre a molti strumenti musicali. Il primo libro di madrigali a cinque voci e basso continuo è rispettoso del linguaggio musicale del tardo XVI secolo, da cui si distingue essenzialmente per l'adozione del basso continuo, del resto ormai largamente utilizzato dai compositori. Altri generi di musica profana, come arie e canzoni, queste ultime spesso nello stile strofico e semplice della villanella dimostrano la versatilità di Landi.
La Missa in benedictione nuptiarum, scritta per i cantori pontifici, pur presentandosi nel consueto organico senza strumenti – peculiare di quella cappella – non ricalca lo stile arcaico del passato, evidenziando un linguaggio compositivo ricco di elementi esornativi.
La morte d’Orfeo è tra i primi importanti melodrammi italiani, e anche il primo su soggetto profano a essere rappresentato a Roma.
Parte della sua produzione è andata perduta.
(da Wikipedia)
Testo di Stefano Landi
Oh come t'inganni se pensi che gl'anni non hann' da finire, bisogna morire.
È un sogno la vita che par sì gradita, è breve gioire, bisogna morire. Non val medicina, non giova la China, non si può guarire, bisogna morire.
Non vaglion sberate, minarie, bravate che caglia l'ardire, bisogna morire. Dottrina che giova, parola non trova Che plachi l'ardire, bisogna morire.
Non si trova modo di scoglier 'sto nodo, non val il fuggire, bisogna morire. Commun'è statuto, non vale l'astuto 'sto colpo schermire, bisogna morire.
La morte crudele a tutti è infedele, ogn'uno svergogna, morire bisogna. È pur ò pazzia o gran frenesia, par dirsi menzogna, morire bisogna.
Si more cantando, si more sonando la Cetra, o Sampogna, morire bisogna. Si muore danzando, bevendo, mangiando; con quella carogna morire bisogna.
I Giovani, i putti e gl'Huomini tutti s'hann'a incenerire, bisogna morire. I sani, gl'infermi, i bravi, gl'inermi tutt'hann'a finire, bisogna morire.
E quando che meno ti pensi, nel seno ti vien a finire, bisogna morire. Se tu non vi pensi hai persi li sensi, sei morto e puoi dire: bisogna morire.
Franco Battiato e Mario Sgalambro
Testo di Battiato e Sgalambro
Ah! come t'inganni se pensi che gli anni non han da finire
è breve il gioire.
I sani, gl'infermi, i bravi, gl'inermi, è un sogno la vita che par sì gradita.
Vorrei tornare indietro per rivedere il passato,
per comprendere meglio quello che abbiamo perduto.
Viviamo in un mondo orribile.
Siamo in cerca di un'esistenza.
La gente è crudele, e spesso infedele, nessun si vergogna di dire menzogna.
I giovani, i putti e gl'Huomini tutti non vale il fuggire si plachi l'ardire.
Vorrei tornare indietro, per rivedere gli errori, per accelerare il mio processo interiore.
Ero in quinta elementare,
entrai per caso nella mia esistenza...
fatta di giorni allegri
e di continue esplorazioni,
e trasformazioni dell'io.
Vorrei tornare indietro nella mia casa d'origine,
dove vivevo prima di arrivare qui sulla Terra.
Entrai per caso nella mia esistenza
di antiche forme di insegnamenti
e trasformazioni dell'io.
** tratto da "Passacaglia della vita" di Stefano Landi, libero adattamento di Franco Battiato - Manlio Sgalambro
" [...] Le canzoni di Salis ricordano l’atmosfera di una sala cinematografica, preferibilmente di un cinema d’essai, dove non esiste nessuna convenzione e nessuna regola, regna un girotondo di immagini a supporto del messaggio, sempre importante, dove al centro c’è sempre l’uomo, grande protagonista con i suoi drammi, i suoi diritti negati e le sue speranze. La musica è il cast, il corollario, senza la quale il protagonista non potrebbe esistere. [...] "
Ti amero'
come la goccia il mare
ti amero'
come i raggi il sole
ti amero'
come i pittori la luce
ti amero'
sia in guerra sia in pace
Ti amero'
nel buio cielo
degli umidi orizzoni
ti amero'
sotto la pioggia
brucero' per te tramonti
affiche tu possa avere caldo
nel freddo delle correnti
ti amero'
tra gli abissi
tra i venti
Ti amero' perché ti ho amato
in un'altra vita
tu eri stella io viandante
io la tua camicia
Ti amero'
anche se dovessi soffrire
ti amero'
è con te che voglio stare
Ti amero'
perché ogni notte ha bisogno della sua luna
ti amero'
perché tu sei
il sangue della mia vena
Ti amero'
a mezzoggiorno
nei boulevards di Parigi
Ti amero'
perché tu sei
la luce delle mie luci
Ti amero' perchè l'ho scritto
nella sabbia del mio deserto
quando perdi tutto te stesso
quello che conta ti resta addosso
ti amero'
che amore unisce
chi l'ha cercato
ed io in questo mondo
l'ho trovato l'ho trovato
Ti amero'
perché ogni notte ha bisogno della sua luna
ti amero'
perché tu sei
il sangue della mia vena
Ti amero'
a mezzoggiorno
nei boulevards di Parigi
Ti amero'
perché tu sei
la luce delle mie luci
Sangre loviente in core Amai ma come moro non vivrò mai Loviente sangre mit you por siempre e tu non piense a mme T'amo più tuo son io che de moi son perdido e chiedo di me a les tue braccia a los tus besos now che sarà de mi Aulentina tu non vivi per moi Tiranna mia tu non vivi per me I fou de love appriesse a tte Amor che a me me fas le feu, la glace, plaisir,dolor co ch'el vols Tiranna mia despotista tu sì Tiranna mia pianto e riso y desir I fou de love appriesse a te Amor che a me me fas le feu, la glace, plaisir, dolor e scioglie el sangre loviente in core rossiente por ti Vurria vurria ma prima 'e murì Vida d'erotica ambicion e moratoria de l'amour e di esiziale inquisicion Tiranna mia ca ira Sangre Loviente in core io basio las palabras coi labbri miei e più ti bramo si el tuo bel labbro palabra non è Galantina tu non vivi por mi Tiranna mia tu non vivi per me I fou de love appriesse a ttè Amor che a me me fas le feu, la glace, plaisir, dolor co ch'el vols Tiranna mia despotista tu sì Tiranna mia pIanto e riso y desir I fou de love appriesse a ttè Amor che a me me fas le feu, la glace, plaisir, dolor e scioglie el sangre loviente in core morir je vurria d'amour con ti ma primma 'e murì I feu de love Tiranna tu sì Sangriente love in core por ti
Ma certe nostre sere hanno un colore che non sapresti dire sospese fra l'azzurro e l'amaranto e vibrano di un ritmo lento, lento e noi che le stiamo ad aspettare noi le sappiamo prigioniere come le onde del mare, come le stelle del mare.
si muovono e c'incantano le ore di certe nostre sere e sanno di partenza e di tramonto e di sorvolare lento, lento ma noi che le sappiamo prigioniere non le possiamo liberare come le onde dal mare come le stelle dal mare http://angolotesti.leonardo.it/
... e da lontano mi arrivò un suono, una leggera melodia, un tentativo. Lentamente prese coraggio, le dita sulle corde cercavano l'accordo, poi tutto divenne musica. No, non musica, quella musica, la mia musica. In un luogo lontano qualcuno, a me sconosciuto, suonava per me la mia canzone.
Io G. G. sono nato e vivo a Milano. Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente non è per colpa mia ma questa nostra Patria non so che cosa sia. Può darsi che mi sbagli che sia una bella idea ma temo che diventi una brutta poesia. Mi scusi Presidente non sento un gran bisogno dell'inno nazionale di cui un po' mi vergogno. In quanto ai calciatori non voglio giudicare i nostri non lo sanno o hanno più pudore.
Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente se arrivo all'impudenza di dire che non sento alcuna appartenenza. E tranne Garibaldi e altri eroi gloriosi non vedo alcun motivo per essere orgogliosi. Mi scusi Presidente ma ho in mente il fanatismo delle camicie nere al tempo del fascismo. Da cui un bel giorno nacque questa democrazia che a farle i complimenti ci vuole fantasia.
Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Questo bel Paese pieno di poesia ha tante pretese ma nel nostro mondo occidentale è la periferia.
Mi scusi Presidente ma questo nostro Stato che voi rappresentate mi sembra un po' sfasciato. E' anche troppo chiaro agli occhi della gente che tutto è calcolato e non funziona niente. Sarà che gli italiani per lunga tradizione son troppo appassionati di ogni discussione. Persino in parlamento c'è un'aria incandescente si scannano su tutto e poi non cambia niente.
Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente dovete convenire che i limiti che abbiamo ce li dobbiamo dire. Ma a parte il disfattismo noi siamo quel che siamo e abbiamo anche un passato che non dimentichiamo. Mi scusi Presidente ma forse noi italiani per gli altri siamo solo spaghetti e mandolini. Allora qui mi incazzo son fiero e me ne vanto gli sbatto sulla faccia cos'è il Rinascimento.
Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Questo bel Paese forse è poco saggio ha le idee confuse ma se fossi nato in altri luoghi poteva andarmi peggio.
Mi scusi Presidente ormai ne ho dette tante c'è un'altra osservazione che credo sia importante. Rispetto agli stranieri noi ci crediamo meno ma forse abbiam capito che il mondo è un teatrino. Mi scusi Presidente lo so che non gioite se il grido "Italia, Italia" c'è solo alle partite. Ma un po' per non morire o forse un po' per celia abbiam fatto l'Europa facciamo anche l'Italia.
Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo per fortuna o purtroppo per fortuna per fortuna lo sono.
Io G. G. sono nato e vivo a Milano. Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono. Mi scusi Presidente non è...
W. Shakespeare SONNET116
Non sia mai ch'io ponga impedimenti all'unione di anime fedeli; Amore non è Amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l'altro s'allontana. Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai; è la stella-guida di ogni sperduta barca, il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza. Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote dovran cadere sotto la sua curva lama; Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio: se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato. W. Shakespeare
J.W. GOETHE
Si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e, se possibile, dire qualche parola ragionevole. Johann Wolfgang Goethe